Pietro Metastasio.
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CANTANTE ED ALTRE POESIE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTORE.
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Pietro Metastasio (3 gennaio 1698, Roma - 12 aprile 1782, Vienna), pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi,  stato un poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano.  considerato il riformatore del melodramma italiano.
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IL TRIONFO DELLA GLORIA.
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Dell'oziosa Sciro
Lieto languia nel dilettoso esiglio,
Prigioniero d'Amor, di Teti il figlio:
D'Amor che al par geloso
Di s gran prigionier, quanto superbo,
A custodirlo ogni arte
Poneva in opra. In Deidamia a lui
Scaltro additava ognora
Qualche nuova belt. D'ogni suo moto,
D'ogni accento di lei, d'ogni negletto
Suo girar di pupille
Subito ordiva un laccio al cor d'Achille.
Avea d'insidie intorno
Tutto pieno il soggiorno. In ogni parte
Della splendida reggia
Non s'udian che sospiri,
Che voci, che lamenti,
Che susurri d'amore: e nelle chete
Ombre de' boschi a' dolci furti amici,
Dell'aure seduttrici
Il dolce vaneggiar, de' lieti augelli
Il lascivo garrir, fra sasso e sasso
Il franger delle vive onde sonore
La terra, il ciel, tutto inspirava amore.
In femminili spoglie
L scordato di s traeva i giorni
L'innamorato eroe. Non armi ed ire,
Non battaglie e trionfi
Eran le cure sue, ma dolci inviti,
Ma languide repulse,
Mendicate querele,
Replicate promesse,
E perdoni e contese,
E lusinghe ed offese, e cento e cento
A queste somiglianti
Fanciullesche follie, serie agli amanti.
'Sol tu sei', dicea talora,
'La mia vita e la mia speme':
E chiudea le voci estreme
Con un tenero sospir.
'Io languisco, io vengo meno
Sol per te', talor dicea;
E stringea frattanto al seno
La cagion del suo languir.
Ma che usurpasse Amore
Un cor promesso a lei, gran tempo in pace
La Gloria non soffr. Venne ad Achille
L'avvert del suo stato,
E gli trasse su gli occhi Ulisse armato.
Alla vista, all'invito
Achille si dest, vide il suo fallo,
Arross di vergogna,
Di sdegno impallid, le vesti indegne
Si lacer d'intorno, armi richiese,
E ad emendar le colpe sue trascorse
Gi ne partia; ma Deidamia accorse.
Pallida, semiviva,
Disperata, anelante, in van pi volte
Tent parlar, n mai pot nel pianto
Formar parole. Ah, se parlar potea,
L'infelice in quel punto ancor vincea.
'Ingiusti, o principessa,'
Ei disse a lei, 'son que' trasporti tuoi.
Se vile ancor mi vuoi, perdita io sono
Facile a riparar; se eroe mi brami,
Soffri ch'io lo divenga. Addio. Sarai
Tu sola ognor...' Quel risoluto addio
La bella non sostenne:
Sent stringersi il cor, gelossi e svenne.
Ah che sar d'Achille! Allori e palme
Gli promette la Gloria: Amor gli addita
Moribondo il suo bene: una codardo,
L'altro il chiama crudel; l'eroe, l'amante
Si confondono in lui, pugnano insieme.
Piange in un punto e freme;
Vuol partire, e soggiorna;
S'incammina, e ritorna. Al fin raccoglie
Tutta la sua virt ; preme nel seno
La tenera piet che al cor si strugge;
Tace, pensa, risolve, ardisce e fugge.
Fugg piangendo,  vero,
Ma con la Gloria accanto,
Che rasciug quel pianto,
Che trionf d'Amor.
Questo del nume arciero
 il capriccioso istinto;
Chi lo disfida  vinto,
Chi fugge  vincitor.
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PEL NOME DI MARIA TERESA IMPERATRICE.
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Silenzio, o Muse. Ognuno esalta,  vero,
D'Augusta i pregi in questo d felice,
E a voi lo vieta Augusta, e a voi non lice.
 ver, dura  la legge;  ver, potreste
Lagnarvene a ragion: ma chi frattanto,
Chi ragion vi far? Gli di? Son tutti
Dichiarati per lei. Gli uomini? E dove
Trovar chi non l'adori? In vostro danno,
Qualunque in terra o in cielo
L'arbitro sia, ricaderan le accuse.
Ah conviene ubbidir; silenzio, o Muse.
Non provate, io vel consiglio,
Quanto possa in su quel ciglio
Uno sdegno passeggier:
Su quel ciglio onde il coraggio
De' pi intrepidi dipende,
Che l'arbitrio o toglie o rende
Di parlare o di tacer.
Consolatevi al fine: al fin vi toglie
Il divieto d'Augusta a un gran cimento.
Che direste di lei? Chi pu dir tanto
Che al ver s'appressi? E chi pu dir s poco
Ch'ella il sopporti? O in questa guisa o in quella
Voi parreste, in narrando i suoi trofei,
Maligne agli altri, o adulatrici a lei.
Pu degnamente ognuno
Lodarla ed ubbidir. Chi di Teresa
L'invitto esprime sol nome sublime,
Eseguisce il comando, e tutto esprime.
A dir di quanti allori
S'ornin l'auguste chiome,
A far che ognun l'adori
Quel nome baster:
Nome che in s comprende
Pi di qualunque lode;
Nome che altera rende
Questa felice et.
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PEL GIORNO NATALIZIO DI MARIA TERESA.
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Giusti di, che sar! Qual si nasconde
Oggi nella mia cetra
Genio maligno? Inutilmente io sudo
Gi lung'ora a temprarla. In van le corde
Cangio, vibro e rallento: esse ritrose
Sempre alla man, sempre all'orecchio infide
Rendono un suon che mi confonde e stride.
Ma dono vostro, o Muse,
Fu questa cetra. Ah, se in un d s grande
Mi lascia in abbandono,
Ripigliate, io nol curo, il vostro dono.
Quella cetra ah pur tu sei
Che addolc gli affanni miei,
Che d'ogni alma a suo talento
D'ogni cor la via s'apr.
Ah sei tu, tu sei pur quella
Che nel sen della mia bella
Tante volte, io lo rammento
La fierezza intener.
Di quanto, o cetra ingrata,
Debitrice mi sei! Per farti ognora
Pi illustre, pi sonora, a te d'intorno
I d, le notti impallidii; me stesso
Posi in oblio per te; fra le pi care
Tenere cure mie tal luogo avesti,
Che Nice istessa a ingelosir giungesti.
Ed oggi... oh tradimento!... ed oggi... oh di!
Nel bisogno pi grande... Ah vanne al suolo
Inutile stromento:
Te calpesti l'armento;
Te insulti ogni pastor; sua fragil tela
Nel tuo sen polveroso Aracne ordisca;
N dell'onore antico
Orma restando in te... Folle, che dico!
Tutta la colpa  mia. Punisce il Cielo
Un temerario ardir. Perdono, Augusta:
Errai; mi pento; io tacer. Soggetto
Sia questo d felice
A pi degno cantor. Sar pi saggio
In avvenir chi nel cimento apprese
Col suo valore a misurar le imprese.
Non vada un picciol legno
A contrastar col vento,
A provocar lo sdegno
D'un procelloso mar.
Sia nobil suo cimento
L'andar dei salsi umori
Ai muti abitatori
La pace a disturbar.
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PEL GIORNO NATALIZIO DI FRANCESCO PRIMO.
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Gi fra l'ombre il sol prevale:
Spiega i vanni, augel reale,
E saluta il nuovo d.
Questo d che fa ritorno
 il gran d che a' rai del giorno
Il tuo Giove i lumi apr.
Oggi, o del soglio augusto augel custode,
Il tuo distinguer di
Dal giubilo comun. Se a tutti  sacro
D'un Cesare il natal, da cui la terra
Tanto ottien, tanto spera, ei non  meno
Memorabil per te. Sai che smarrito
Fra' nembi e le procelle
Con volo incerto e mal sicuro errasti;
Sai quanto allor provasti
Nero il ciel, gli astri avversi, il vento infido;
E sai qual man t'ha ricondotto al nido.
Su quella man baleni
Oggi uno stral per te,
Che aduni al regio pi
Nuovi trofei:
Che degli augusti sdegni
Lasciando i segni impressi,
E vendichi gli oppressi
E opprima i rei.
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LA SCUSA.
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No, perdonami, o Clori, io non intendo
Quest'ingiusta ira tua. Che dissi al fine?
Qual  la colpa mia? Dissi ch'io t'amo;
Il mio ben ti chiamai. Questo ti sembra
Un delitto s nero? Ah, se l'amarti
Rende un cor delinquente,
Chi mai non ti mir solo  innocente.
Trova un sol, mia bella Clori,
Che ti parli e non sospiri,
Che ti vegga e non t'adori:
E poi sdegnati con me.
Ma perch fra tanti rei
Sol con me perch t'adiri?
Ah, se amabile tu sei,
Colpa mia, crudel, non .
Plcati, o pastorella,
Ritorna a farti bella. Ah non sai come
Ti sfigura quell'ira! A me nol credi?
Specchiati in questa fonte.  ver? T'inganno?
Riconoscer ti puoi? quel fosco ciglio,
Quella rugosa fronte,
Quell'aria di fierezza
Non scema per met la tua bellezza?
Vi son per vendicarti,
Vi son pure altre vie. Se il dirti: 'Io t'amo',
Se il chiamarti mio bene oltraggi sono,
Oltraggiami tu ancora: io ti perdono.
Sopporter con pace
Anch'io da te... Ma tu sorridi? Oh riso
Che m'invola a me stesso!
Spcchiati, Clori mia, spcchiati adesso.
Guarda quanta bellezza
Quel riso accresce al tuo sembiante! Or pensa
Che faria la piet! Confesso anch'io
Che d'un volto ridente  grande il vanto:
Ma un bel volto pietoso  un altro incanto.
Torna in quell'onda chiara
Solo una volta ancora,
Torna a mirarti, o cara,
Ma in atto di piet.
Mille nel volto allora
Nuove bellezze avrai;
Pi que' vezzosi rai
Sdegno non turber.
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IL CONSIGLIO.
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Ascolta, amico Tirsi, ascolta, e credi
Ch'io ti parlo col cor. Piet mi fai,
Tremo per te. Chi ti consiglia, o stolto,
A fissar le pupille in volto a Nice?
Ah guardati, infelice:
Cadrai ne' lacci suoi. Nice  vezzosa,
Pur troppo anch'io lo so; Nice ha nel viso
Un dolce non so che, che a tutti  grato,
Che nessun sa spiegar, che in vano ogni altra
Emula ninfa ad imitar s'affanna:
Ma quanto, ah tu nol sai, quanto  tiranna!
Io lo so, che il bel sembiante
Un istante, oh Dio! mirai;
E mai pi da quell'istante
Non lasciai di sospirar.
Io lo so; lo sanno queste
Valli ombrose, erme foreste,
Che han da me quel nome amato
Imparato a replicar.
Se credi a que' soavi
Atti cortesi onde adescar ti vedi,
Se a quegli sguardi credi
Che languidi e furtivi
Fissa ne' tuoi, se a quel parlar ti fidi
Che s poco promette
E fa tanto sperar, pietosa, amante
Gi tua la crederai.
Ah pur io l'ho creduto, e m'ingannai.
 lusinga,  follia: Nice non ama
Che de' begli occhi sui
Il trionfo in altrui: Nice non gode
Che al vedersi ogni d crescer d'intorno
De' miseri la schiera: i nuovi alletta,
Gli antichi insulta; e pur non v' chi possa
Uscir di servit . Non so qual sia
L'incognita magia, l'arte che impiega:
So che sprezza e innamora, offende e lega.
Mai, se di lei t'accendi,
Mai non sperar pi bene;
Sempre le tue catene,
Sempre dovrai soffrir.
Se vorrai fido amarla,
Riposo non avrai;
Se penserai lasciarla
Ti sentirai morir.
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LA TEMPESTA.
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No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
A parlarti d'amor. So che ti spiace:
Basta cos. Vedi che il ciel minaccia
Improvvisa tempesta: alle capanne
Se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
Ad offrir l'opra mia. Che! Non paventi?
Osserva che a momenti
Tutto s'oscura il ciel, che il vento in giro
La polve innalza e le cadute foglie:
Al fremer della selva, al volo incerto
Degli augelli smarriti, a queste rare,
Che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo... Ah non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti: ove vai? Non  pi tempo
Di pensare alla greggia. In questo speco
Riparati frattanto; io sar teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer, con te son io,
N d'amor ti parler.
Mentre folgori e baleni,
Sar teco, amata Nice;
Quando il ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partir.
Siedi, sicura sei. Nel sen di questa
Concava rupe in fin ad or giammai
Fulmine non percosse,
Lampo non penetr. L'adombra intorno
Folta selva d'allori
Che prescrive del ciel limiti all'ira.
Siedi, bell'idol mio, siedi e respira.
Ma tu pure al mio fianco
Timorosa ti stringi, e, com'io voglia
Fuggir da te, per trattenermi annodi
Fra le tue la mia man! Rovini il cielo,
Non dubitar, non partir. Bramai
Sempre un s dolce istante. Ah cos fosse
Frutto dell'amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
Lusingarmene almen! Chi sa? Mi amasti
Sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
Modestia, e non disprezzo; e forse questo
Eccessivo spavento
 pretesto all'amor. Parla, che dici?
M'appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
Vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
Quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
La calma ritrovai:
Ah non ritorni mai,
Mai pi sereno il d!
Questo de' giorni miei,
Questo  il pi chiaro giorno:
Viver cos vorrei,
Vorrei morir cos.
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LA GELOSIA.
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Perdono, amata Nice,
Bella Nice, perdono. A torto,  vero,
Dissi che infida sei:
Detesto i miei sospetti, i dubbi miei.
Mai pi della tua fede,
Mai pi non temer. Per que' bei labbri
Lo giuro, o mio tesoro,
In cui del mio destin le leggi adoro.
Bei labbri che Amore
Form per suo nido,
Non ho pi timore.
Vi credo, mi fido:
Giuraste d'amarmi;
Mi basta cos.
Se torno a lagnarmi,
Che Nice m'offenda,
Per me pi non splenda
La luce del d.
Son reo, non mi difendo:
Puniscimi, se vuoi. Pur qualche scusa
Merita il mio timor. Tirsi t'adora;
Io lo so, tu lo sai. Seco in disparte
Ragionando ti trovo: al venir mio
Tu vermiglia diventi,
Ei pallido si fa; confusi entrambi
Mendicate gli accenti; egli furtivo
Ti guarda, e tu sorridi... Ah quel sorriso,
Quel rossore improvviso
So che vuol dir! La prima volta appunto
Ch'io d'amor ti parlai, cos arrossisti,
Sorridesti cos, Nice crudele.
Ed io mi lagno a torto?
E tu non mi tradisci? Infida! ingrata!
Barbara!... Aim! Giurai fidarmi, ed ecco
Ritorno a dubitar. Piet, mio bene,
Son folle: in van giurai; ma pensa al fine
Che amor mi rende insano,
Che il primo non son io che giuri in vano.
Giura il nocchier che al mare
Non prester pi fede,
Ma se tranquillo il vede
Corre di nuovo al mar.
Di non trattar pi l'armi
Giura il guerrier tal volta,
Ma se una tromba ascolta
Gi non si sa frenar.
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L'INCIAMPO.
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Orgoglioso fiumicello,
Chi t'accrebbe i nuovi umori?
Ferma il corso, io vado a Clori;
Scopri il varco, a Clori io vo.
Gi m'attende all'altra sponda:
Lascia sol ch'io vada a lei;
Poscia inonda i campi miei,
N di te mi lagner.
Ma tu cresci frattanto.
Il giorno s'avvicina, ecco l'aurora;
Clori m'attende, ed io m'arresto ancora.
Invido fiume! e quando
Meritai tanto sdegno? Io dal tuo letto
Allontanai gli armenti; io sol contesi
A Filli ed a Licori
Del tuo margine i fiori; io spesso, ingrato,
Per non scemarti umor, numi, il sapete,
Poche stille ho negate alla mia sete.
Se ignoto altrui non sei,
Opra  de' versi miei. Se passi ombroso
Infra gli estivi ardori,
In su le sponde io t'educai gli allori.
Allor bagnavi appena
La pi depressa arena; un picciol ramo
Svelto dal vento a un arboscel vicino
Era impaccio bastante al tuo cammino.
Ed or, cangiato in fiume,
Gonfio d'acque e di spume
Strepitoso rivolgi arbori e sassi,
Sdegni le sponde, e non m'ascolti, e passi.
Ma tornerai fra poco,
Povero ruscelletto,
Del polveroso letto
Fra' sassi a mormorar.
Ti varcher per gioco,
Disturber quell'onde,
Torbido fra le sponde
Far che vadi al mar.
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LA PESCA.
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Gi la notte s'avvicina:
Vieni, o Nice, amato bene,
Della placida marina
Le fresch'aure a respirar.
Non sa dir che sia diletto
Chi non posa in queste arene,
Or che un lento zefiretto
Dolcemente increspa il mar.
Lascia una volta, o Nice,
Lascia le tue capanne. Unico albergo
Non  gi del piacere
La selvaggia dimora;
Hanno quest'onde i lor diletti ancora.
Qui, se spiega la notte il fosco velo,
Nel mare emulo al cielo
Pi lucide, pi belle
Moltiplicar le stelle,
E per l'onda vedrai gelida e bruna
Rompere i raggi e scintillar la luna.
Il giorno al suon d'una ritorta conca,
Che nulla cede alle incerate avene,
Se non vuoi le mie pene,
Di Teti e Galatea, di Glauce e Dori
Ti canter gli amori.
Tu dal mar scorgerai sul vicin prato
Pascer le molli erbette
Le tue care agnellette,
Non offese dal sol fra ramo e ramo:
E con la canna e l'amo
I pesci intanto insidiar potrai;
E sar la mia Nice
Pastorella in un punto e pescatrice.
Non pi fra' sassi algosi
Staranno i pesci ascosi;
Tutti per l'onda amara,
Tutti verranno a gara
Fra' lacci del mio ben.
E le umidette figlie
De' tremoli cristalli
Di pallide conchiglie,
Di lucidi coralli
Le colmeranno il sen.
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LA PRIMAVERA.
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Oh Dio, Fileno, oh Dio! Comincia il prato
Di nuovo a verdeggiar: le usate spoglie
Riveste il bosco; e gi spirar si sente
Nunzio di primavera
Un zefiro importuno. Al campo, all'armi,
Oh Dio, gi ti richiama
La novella stagion! Senza il tuo bene
Come viver potrai, povera Irene!
Aure amiche, ah non spirate
Per piet d'Irene amante;
Care piante, ah non tornate
Cos presto a germogliar.
Ogni fior che si colori,
Ogni zefiro che spiri,
Quanti, oh Dio, quanti sospiri
Al mio core ha da costar!
Ma chi fu mai quell'empio
Che pria form dell'innocente acciaro
Istrumenti di morte, e rese un'arte
La crudelt! No, non avea quel core
Idee d'umanit, senso d'amore.
Che insania! che furor! Posporre i vezzi
D'una tenera amante alle minacce
D'un feroce nemico! Ah no, Fileno,
Non lasciarti sedur. Se vago tanto
Sei pur di guerra, ha le sue guerre amore:
Ogni amante  guerriero. Ancora amando
E si gela e si suda; amando ancora
Esperienza, ingegno,
Ardir bisogna. Anche in amor vi sono
Ed insidie e sorprese,
Ed assalti e difese
E trionfi e sconfitte, e paci ed ire;
Ma l'ire son fugaci,
Ma son care le paci,
Ma un trionfo indistinto
Giova egualmente al vincitore e al vinto.
Anzi le pene istesse... Aim, che ascolto!
Ecco la tromba. Ah questo
 il segno di partir. Frmati, ingrato.
Perch fuggi cos? No, le tue palme
Non pretendo involarti;
Poco chiedo, o crudel: guardami e parti.
Va, ma conserva i miei,
Caro, ne' giorni tuoi;
Va, torna mio, se puoi;
Ma torna vincitor.
Pensa dovunque sei
Tal volta alle mie pene,
E di': 'La fida Irene
Chi sa se vive ancor!
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IL SOGNO.
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Pur nel sonno almen talora
Vien colei che m'innamora
Le mie pene a consolar.
Rendi, Amor, se giusto sei,
Pi veraci i sogni miei,
O non farmi risvegliar.
Di solitaria fonte
Sul margo assiso al primo albore, o Fille,
Sognai d'esser con te. Sognai, ma in guisa
Che sognar non credei. Garrir gli augelli,
Frangersi l'acque e susurrar le foglie
Pareami udir. De' tuoi begli occhi al lume,
Come suol per costume,
Fra' suoi palpiti usati era il cor mio.
Sol nel vederti, oh Dio!
Pietosa a me qual non ti vidi mai,
Di sognar qualche volta io dubitai.
Quai voci udii! Che dolci nomi ottenni,
Cara, da' labbri tuoi! Quali in quei molli
Tremuli rai teneri sensi io lessi!
Ah se mirar potessi
Quanto splendan pi belle
Fra i lampi di piet le tue pupille,
Mai pi crudel non mi saresti, o Fille.
Qual io divenni allora,
Quel che allora io pensai, ci che allor dissi,
Ridir non so. So che sul vivo latte
Della tua mano io mille baci impressi;
Tu d'un vago rossor tingesti il volto.
Quando improvviso ascolto
D'un cespuglio vicin scuoter le fronde:
Mi volgo, e mezzo ascoso
Scopro il rival Fileno
Che, d'invido veleno
Livido in faccia, i furti miei rimira.
Fra la sorpresa e l'ira
Avvampai, mi riscossi in un momento,
E fu breve anche in sogno il mio contento.
Part con l'ombra,  ver,
L'inganno ed il piacer;
Ma la mia fiamma, oh Dio!
Idolo del cor mio,
Con l'ombra non part.
Se mai per un momento
Sognando io son felice
Poi cresce il mio tormento
Quando ritorna il d.
...
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...
IL NOME.
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Scrivo in te l'amato nome
Di colei per cui mi moro
Caro al sol, felice alloro,
Come Amor l'impresse in me.
Qual tu serbi ogni tua fronda,
Serbi Clori a me costanza:
Ma non sia la mia speranza
Infeconda al par di te.
Or, pianta avventurosa,
Or s potrai fastosa
L'aria ingombrar con le novelle chiome;
Or crescer col tronco il dolce nome.
Te delle chiare linfe
Le abitatrici ninfe;
Te dell'erte pendici
Le ninfe abitatrici e gli altri tutti
Agresti numi al rinnovar dell'anno
Con lieta danza ad onorar verranno.
Del popolo frondoso
A te sommessi or cederan l'impero
Non sol gli elci, gli abeti,
Le roveri nodose, i pini audaci,
Ma le palme idumee, le querce alpine.
Io d'altra fronda il crine
Non cinger; non canter che assiso
All'ombra tua; dell'amor mio gli arcani
Solo a te fider; tu sola i doni,
Tu l'ire del mio bene,
Tu saprai le mie gioie e le mie pene.
Per te d'amico aprile
Sempre s'adorni il ciel;
N all'ombra tua gentile
Posi ninfa crudel,
Pastore infido.
Fra le tue verdi foglie
Augel di nere spoglie
Mai non raccolga il vol;
E Filomena sol
Vi faccia il nido.
...
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...
SENZA TITOLO.
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...
Scrivo in te l'amato nome
Di colei per cui mi moro,
Caro al sol, felice alloro,
Come Amor l'impresse in me.
Qual tu serbi ogni tua fronda,
Serbi Clori a me costanza:
Ma non sia la mia speranza
Infeconda al par di te.
O pianta avventurosa,
Or ti vedr festosa
L'aria ingombrar colle novelle chiome;
E crescer col tronco il tuo bel nome.
Te delle chiare linfe
Le abitatrici ninfe
Al rinnovar dell'anno
Con liete danze ad onorar verranno.
A te co' primi albori
Gli augelletti canori
Sempre faran ritorno,
E sempre a te d'intorno
Con invidia verr dell'altre piante
Ogni fedele e fortunato amante.
Per te d'amico aprile
Sempre s'adorni il ciel;
N all'ombra tua gentile
Posi ninfa crudel,
Pastore infido.
Fra le tue verdi foglie
Augel di nere spoglie
Mai non raccolga il vol;
E Filomena sol
Vi faccia il nido.
...
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IL RITORNO.
...
.
...
Qual nuova, Irene,  questa
Insolita freddezza? Il tuo Fileno
Dopo una tormentosa
Barbara lontananza a te ritorna,
E l'accogli cos? L'istesso io sono,
Tu l'istessa non sei: Nel tuo sembiante
V' un non so che di nuovo;
Pietosa ti lasciai, crudel ti trovo.
Che fu? Dubiti forse
Della mia fedelt? Lingua mendace
Di maligno rivale
Forse a te m'accus? Ma Irene ha tante
Prove della mia fede,
Irene mi conosce, e Irene il crede?
Ah no! Pi che a' rivali,
Credi a' begli occhi tuoi. Son di quest'alma
Quegli occhi esploratori assai pi fidi:
Fissali nel mio volto, e poi decidi.
Chi mai di questo core
Sapr le vie segrete,
Se voi non le sapete,
Begli occhi del mio ben?
Voi, che dal primo istante,
Quando divenni amante,
Il mio nascosto amore
Mi conosceste in sen?
Ah semplice ch'io sono! Io la cagione
Vado de' mali miei
Cercando in altri, e l'ho presente in lei.
Non  geloso sdegno,
 fasto il suo rigore. Era men bella
Irene al mio partir. Pensava allora
A custodir le sue conquiste: e forse
Non l'ultima fra quelle era Fileno.
Ora per mia sventura
Crebbe tanto in belt, che degli amanti
La schiera divent quasi infinita.
Chi suo ben, chi sua vita,
Chi suo nume la chiama. Altri che pena,
Altri dice che muor. Lodano a gara
Questo i labbri vermigli,
Quello il candido sen. Giri uno sguardo,
Mille costringe a impallidir; sorrida,
Sforza mill'altri a sospirar. S'avvede
Del suo poter, se ne compiace; e mentre
A dilatar l'impero
Attende, sol del fasto suo ripiena,
Il povero Filen rammenta appena.
Ah rammenta, o bella Irene,
Che giurasti a me costanza:
Ah ritorna, amato bene,
Ah ritorna al primo amor.
Qual conforto, oh Dio, m'avanza!
Chi sar la mia speranza?
Per chi viver pi degg'io,
Se pi mio non  quel cor?
...
.
...
IL PRIMO AMORE.
...
.
...
Ah troppo  ver! Quell'amoroso ardore,
Che altrui scald la prima volta il seno,
Mai per et, mai non s'estingue appieno.
 un fuoco insidioso
Sotto il cenere ascoso. A suo talento
Sembra talor che possa
Trattarlo ognun senza restarne offeso;
Ma, se un'aura lo scuote, eccolo acceso.
Sol che un istante io miri
La bella mia nemica,
La dolce fiamma antica
Sento svegliarmi in sen.
Ritorno a' miei sospiri,
D'amor per lei mi moro,
Il mio destino adoro
Negli occhi del mio ben.
N sol quando la miro,
Ardo per Nice: ove mi volga, io trovo
Esca all'incendio mio. L mi ricordo
Quando m'innamor; qui mi sovviene
Come giurommi fede. Un luogo, oh Dio,
I suoi rigori, un mi riduce in mente
Le tenerezze sue: questo al pensiero
Tornar l'idea vivace
D'una guerra mi fa, quel d'una pace.
Che pi ? Le ninfe istesse,
Che a vagheggiar per ingannarmi io torno,
Fan ch'io pensi al mio ben. Di Silvia o Clori
Talor le grazie ammiro; il crin, la fronte
Lodo talor: ma quante volte il labbro
Dice: 'Questa  gentil, vezzosa  quella',
'Nice', risponde il cor, 'Nice  pi bella.'
Bella fiamma del mio core,
Sol per te conobbi amore,
E te sola io voglio amar.
Non mi lagno del mio fato:
Dolce sorte  l'esser nato
Sol per Nice a sospirar.
...
.
...
AMOR TIMIDO.
...
.
...
Che vuoi, mio cor? Chi desta
In te questi fin ora
Tumulti ignoti? Or ti dilati, e angusto
Il sen non basta a contenerti appieno;
Or ti restringi, e non ti trovo in seno.
Or geli, or ardi, or provi
Mirabilmente uniti
Delle fiamme e del gel gli effetti estremi.
Ma che vuoi? Peni, o godi? Ardisci, o temi?
Ah lo so: mi rammento
Quel giorno, quel momento
Ch'io vidi incauto in un leggiadro ciglio
Scintillar quella face ond'or m'accendo.
Ah pur troppo lo so: cor mio, t'intendo.
T'intendo s, mio cor;
Con tanto palpitar
So che ti vuoi lagnar
Che amante sei.
Ah taci il tuo dolor;
Ah soffri il tuo martr:
Tacilo, e non tradir
Gli affetti miei.
Ma che! Languir tacendo
Sempre cos dovrassi? Ah no; gli audaci
Seconda Amor. Sappia il mio ben ch'io l'amo,
E lo sappia da me. Dir che rei
Son gli occhi suoi dell'ardir mio; che legge
 di natura il dimandar pietade.
Dir... Ma se l'altera
Con me si sdegna, e se mi scaccia? Oh di!
Vorrei dirle ch'io l'amo, e non vorrei.
Placido zefiretto,
Se trovi il caro oggetto,
Digli che sei sospiro;
Ma non gli dir di chi.
Limpido ruscelletto,
Se mai t'incontri in lei,
Dille che pianto sei;
Ma non le dir qual ciglio
Crescer ti fe' cos.
...
.
...
IL NIDO DEGLI AMORI.
...
.
...
Se ti basta ch'io t'ammiri,
L'ottenesti, amica Irene:
Se d'amor vuoi ch'io sospiri,
Non tentarlo,  vanit.
Sei vezzosa, amabil sei,
Sembri bella agli occhi miei;
Ma per me non son catene
Solo i vezzi e la belt.
S'io non accetto il loco
Che m'offri nel tuo cor, ninfa cortese,
Condannar non mi di. D'Amori un nido
Stranamente fecondo
D'Irene  il core. Un s'incomincia appena
Su l'ali a sostener; l'altro s'affretta
Gi dal guscio a spuntar. Porgon gli adulti
Esca ai nascenti; ed han pur questi in breve
Gli alunni lor. Cresce la turba a segno
Che gi quasi  finita,
Che a numerarla impazzerebbe Archita.
Ve n'ha d'ogni colore. Un le viole
Par che spieghi ne' vanni, un altro i gigli:
Ve n'ha bruni e vermigli;
Fin de' bigi ve n'ha. Sempre i pi belli
Gli aurei non son, ma cede ogni altro a quelli.
Son poi d'umor costoro
Tutti opposti fra loro. Un pensa e tace;
L'altro  franco e loquace. I suoi sospetti
Uno ha dipinti, un le sue gioie in faccia.
Chi prega, chi minaccia,
Chi chiede, chi rapisce,
Chi brama e non ardisce; un l'arco invola,
Un la face al rival, l'altro la benda.
S'insidiano a vicenda,
E s'abbracciano ognor. L'un l'altro teme;
S'aborriscono a morte, e stanno insieme.
E fra tanto tumulto
Me sperasti albergar? Sperasti in vano:
Io non amo s poco il mio riposo.
Quel pigolar noioso,
Quell'eterno garrir, quell'importuno
Svolazzarmi su gli occhi, un sol istante
Tollerar non saprei. Credimi; entrambi
Meglio sceglier dobbiam. Di me tu cerca
Ospiti men ritrosi; un pi tranquillo
Albergo io cercher. Ciascuno attenda
Quello stile a seguir che pi gli piace;
Tu conserva il tuo nido, io la mia pace
Sar pi dolce assai
Il tuo destin del mio:
Tu il genio tuo potrai
Meglio appagar di me.
Semplici tu gli amanti,
Fido il mio ben vogl'io;
E i semplici son tanti;
Ma la fedel dov'?
...
.
...
LA CIOCCOLATA.
...
.
...
Fille, giungi opportuna
Dalla campagna: or sul mattin t'assiedi,
E prendi questa di liquor spumante
Ricolma tazza, e bevi. E che? Ritrosa
Sdegni l'invito, e la ricusi? Intendo:
Altro umor non conosci
Che quel del rivo, e quello
Dall'uve espresso. Ah semplice che sei!
Questo  ben altro, che gustar del fonte
O di bionda vendemmia. Odimi: io voglio
Svelarti i pregi e la sostanza, e poi,
Se non ti aggrada, allor fa ci che vuoi.
Non mi credi, o pastorella?
Cedi al ver, cedi alla prova;
Ah non pu, mentre sei bella,
Durar molto il tuo rigor!
Quelle sol d'ingrato aspetto
Serban cor rigido incolto;
Ma chi vanta un gentil volto
Chiude in sen cortese il cor.
Udito avrai sovente
Rammentar le felici
Dell'India remotissime contrade;
Or sappi che de' frutti appunto a noi
Queste fan dono, eletti
Tal nettare a compor. Quel nella scelta
Pi degli altri importante,
Sostegno e fondamento,
Quasi a ghianda  siml. Chi sa che queste
Non fosser gi le dolci ghiande altrici
Dell'innocente antica et? Non giova
Dirti il natio suo nome, e in atto schivo
Forse tu rideresti. Or poi che al fuoco
Cambi colore e inarid, si toglie
Dalle aduste sue spoglie: indi su dura
Curvata selce, accomodata all'uso,
Da esperte si comprime
Robuste braccia, che rotondo e terso
Tronco impugnando, ch' pur sasso, al petto
Vicine ed or lontane unite al moto
Alternano strisciando. Oh quanto esala
D'odore il cinnamomo allor che all'imo
Del cavo marmo a spessi colpi, e grave
In polvere si cangia! E questo poi,
Che cernendo si scelse,
Al primo unir convien. Con mano avara.
D'altra pianta pi rara
E di pi forza e odor l'ingordo suole
Parte aggiungervi ancor. Confuso al fine
Quel dell'indiche canne
Dolce e candido succo, a te s caro,
Prodigamente vi s'accoppia. Insieme
Tutto adunque si mesce; e ferve intanto
Sulla cote il lavoro: onde calcata
La buona massa dalla man che sovra
Le ricorre frequente,
Si affina e ammorbidisce. Al fin compito
Il bel disegno, come il latte indura,
Cos per quella stringesi e si addensa
In varie forme, a cui si adatta; al verno
Quindi  miglior consiglio
Differir la fatica. Or di': t'inganno?
Dubiti, o Fille, ancor? No; gi nel volto
Leggo il piacer nel tuo consenso. Oh come
Subito persuade
Sagace il gusto ed eloquente, e sempre
Quel che l'irrta dolcemente ancora
Pi nutre moderato e il sen ristora!
Piacer non v' pi bello
Di quel che giova e alletta:
Quello che sol diletta,
Fille, non  piacer.
Mostr di senno e d'arte
Quindi le prove estreme,
Chi seppe il dolce insieme
Coll'utile goder.
D'udir sarai bramosa
Come il liquor si sciolga? Un chiuso rame
Colmo di limpida onda
Fa pria che bolla in su i carbon; divisa
Indi in frammenti, e con misura, a tempo
Quella sostanza entro v'infondi: all'orlo
Veloce la vedrai
Gorgogliando salir: ma sia tua cura,
Quando abbisogni allor, vigile e pronta
Allontanarla dalla fiamma. Al segno
poi che al fin giunse col calor, ritolto
Il vaso al rogo ardente, in esso immergi
Breve dentato legno;
Che fra le palme stretto,
In frequenti rotando opposti giri
L'umore agita e fiange
Che spuma e si dilata. In tazze allora
Mesci a sorsi, interrotti
Dal replicato flagellare alterno,
Il soave liquor. Bevilo al fine,
'Ma siedi,' ti diranno,
'E favella fra tanto, e dolcemente
Mormora della gente.' Io chieggio solo
Che meco al labbro or tu l'appressi. Ah Fille
Ti piacque? Lo sorbisti? E non sei quella
Che fin or lo sdegn? Del molle sesso
Questo sempre  il costume. A' nostri voti
Pria si mostra crudel, fugge, ma brama
D'esser raggiunto. Al fin tanto cortese
Scusa il rigor, s'affanna, e langue poi,
Che stil si cangia, e siam le ninfe noi.
Ogni bella al primo invito
Sdegna amor, nega mercede;
Negar finge, ma concede,
Ma non lascia in libert.
Cede al fin, pronta sospira,
Ma poi s'urta in altro scoglio:
Come pria finse l'orgoglio,
Forse poi finge piet.
...
.
...
IL TABACCO.
...
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...
Ah quanto, o Clori, alletta
Anche un folle costume! A poco a poco
Cresce, adorna l'inganno,
Si fa natura, ogni riguardo oblia:
Al fin diviene universal follia.
Di fin dal d primiero
Giove i sensi a' mortali, e il lor diletto
A' sensi destin: ma de' suoi doni
Abusaron rubelli; un bel sembiante
Quindi troppo colora
Nelle nostre pupille i vaghi rai,
Ed io lo so per prova, e tu lo sai.
Lieti udiam le Sirene,
E ne addormenta il canto, e pochi Ulissi
Vantan le nostre etadi. Ebbrio vorace
Su le prodighe mense
Si scorda altri di s. Con man furtiva
Di arguta penna in vece, o pur dell'asta,
Altro talor si tratta: e pur non basta.
Fan rossor queste agnellette
Pi di noi sagge, innocenti,
Che contente dell'erbette
Non ricercano di pi .
Credi pur, le belve ancora
(Convien dirlo, o Clori, al fine)
Ammaestrano talora,
Ci dan norma di virt .
Solo fra i sensi contumaci ancora
Quello per cui si odora
Si serbava innocente; un ramo, un fiore,
Un grato arabo fumo
Nudriva i suoi desir. Quando improvviso
Violento deliro
Lo trad, lo sedusse. Ingordo, insano
Altro volle che odor. Dall'Indo ignoto
Le sue delizie ricerc. Per lui
Cento solcano onuste
Di peregrine fronde
Audaci antenne il vasto sen dell'onde.
Da queste foglie appunto,
All'ombra inaridite
E in lievissima polve indi converse,
Il suo miglior si tragge
Prezioso alimento. A noi l'Ibero
Lo reca, e la cortese
Ispali gli d nome. Assai diverso,
Bench sembri simle,
 quel che a prezzo vile (ond' comune)
Dal Batavo si merca. Altro ne manda
Ancor la Senna di color pi fosco,
Quasi in tronchi diviso, e assai conviene
Sovra inciso, qual cribro, aspro metallo
Sudar limando: e come tu sovente
Del gi trito frumento
Ne cogli il pi bel fior, cos di quello
Separarne  costume
Con rado velo il pi sottile, e poi
Aspergerlo d'umor. Di questa ognuno
Esca varia gradita,
Pasce l'avida brama: ad ogni istante
Le immonde dita appressa
Alle nari suggendo, e ognor frattanto,
Di lordezze frequenti intriso e incolto,
Ne sazia fin le vesti, e tinge il volto.
Con mano ingiuriosa
Pari oltraggio al sembiante
Fan seguaci le Ninfe
N san forse perch. Non ti seduca,
Clori, l'esempio. Alla tua man perdona,
Perdona al tuo bel volto: ah! se cominci,
Non ti saprai frenar. Del reo costume
Cos trionfa il lusinghiero incanto,
Che a voi fu pria delitto e adesso  vanto.
Vuoi mirar quanto l'eccesso
Va superbo e quanto inganna?
Fa scordar fin dal tuo sesso
La tiranna vanit.
Chi non cede al suo potere,
Se voi pur vinte cedete,
Che altra cura non avete
Che far pompa di belt?
N tutto io dissi. In brevi vasi aurati,
Talor di gemme intesti, il raro  chiuso
Eletto nutrimento. In mille guise
Varian quelli sembianza,
E sostanza e colore,
Dell'uso al variar. Di terso limo
Altri l'Albi ne appresta
Candido ad arte e pinto, e seco all'opra
Or gareggia il Sebeto, e al par dell'oro
Val l'industre, ma fragile lavoro.
Udisti, o Clori? E pure a tanti insieme
Affollati trasporti
Non mancano difese. Oh quanto udrai
Di questa polve necessaria amica
Le lodi celebrar! Dal capo oppresso,
Vantano che sprigiona
Irritando e discioglie
Il pigro umor: che del respiro alterno
Alle stupide nari
Rende l'offesa libert: che giova
Alle gravi pupille:
Che conforta a vegliar: che dolce inganna
Il lungo studio ed il sudor: che  seme
Di novelle amist. Di questi effetti
Che dir poss'io? So ben che per felice
Lunghissima stagion pria visse il mondo,
Senza questo piacer, salvo e giocondo.
Or se tanto procace,
Clori,  quel senso e altero
Che fu pria s tranquillo,
Ah quanto andran pi gli altri sensi erranti,
Che furon sempre in male oprar costanti!
Al gel se il rivo inonda,
Lento agli estivi ardori,
Deh fuggi al verno il fiume
Che abbonda ognor d'umori
Col gregge per piet.
Prende del cor l'impero
Ogni leggier desio,
 prima un picciol rio,
Torrente poi si fa.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
.
...
D'amore il primo dardo
Che m'ha piagato il sen,
Venne dal tuo bel guardo,
Fille, mio caro ben,
Mia dolce pena.
Ma troppo al core amante
Per la tua crudelt
Pesante, oh di! si fa
La tua catena.
Fra gli amorosi lacci
Come s'arda e s'agghiacci
A un punto sol tu m'insegnasti, o cara,
E la favella usata
D'ogni alma innamorata,
Dal primo d che libert perdei,
Appreser da' tuoi sguardi i sguardi miei.
Tu il sai, Fille crudele,
E mi chiami infedele?
Ascolta, ingrata, ascolta
Per mio minor tormento;
Pensaci un'altra volta,
Pensaci un sol momento;
E se degno io ne sono
Torna a dirmi infedele, e ti perdono.
Ch'io mai vi possa
Lasciar di amare,
No, nol credete,
Pupille care;
N men per gioco
V'inganner.
Voi sole siete
Le mie faville,
E voi sarete,
Care pupille,
Il mio bel foco
Sin ch'io vivr.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
.
...
Nel mio sonno almen talora
Vien colei che m'innamora
Le mie pene a consolar.
Rendi, Amor, se giusto sei,
Pi veraci i sogni miei,
O non farmi risvegliar.
Pria dell'aurora, o Fille,
Io sognando ti vidi, e cos fido
Ti dipinse il pensiero,
Che il sogno allor non invidiava il vero.
Solo nel rimirarti
Pietosa a me qual non ti vidi mai,
Di vaneggiar sognando io dubitai.
Oh che amorosi accenti,
Oh che teneri sguardi intesi e vidi!
Se tu mirar potessi
Quanto rende pi belle
Un guardo di piet le tue pupille,
Mai pi crudel non mi saresti, o Fille.
Io non so dir che dissi,
So che sul vivo latte
Della tenera mano un bacio impressi;
Tu d'un dolce rossor tingesti il volto:
Quando improvviso ascolto
D'un cespuglio vicin scuoter le fronde:
Mi volgo, e mezzo ascoso
Veggo il rival Fileno,
Che d'invido veleno
Livido il viso i furti miei rimira;
Timor, vergogna ed ira
Mi assalir, mi destaro in un momento,
E fu breve anche in sogno il mio contento.
Part coll'ombre,  ver,
L'inganno ed il piacer,
Ma la mia fiamma, oh Dio!
Idolo del cor mio,
Con l'ombra non part.
Se mai per un momento
Sognando io son felice,
Poi cresce il mio tormento
Quando ritorna il d.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
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...
Tirsi chiamare a nome
Ecco da me imparate, o spechi, o sassi:
Tirsi che altrove i passi
Volge da me lontano: e forse infido
Arde a' rai d'altro volto, in altro lido.
Con sparte inculte chiome
Tinta d'atro pallor, molle di pianto
Chiamo l'empio che fugge e non m'ascolta:
Quinci e quindi rivolta
La pupilla si ferma e non lo mira:
E l'alma che sospira
Dal duol gi vinta e affaticata e stanca,
Tirsi, oh Dio! Tirsi chiede, e langue e manca.
Se in amor che sia vicino
Fedelt si cerca in vano,
In amor che sia lontano
Ricercarla  vanit:
E pur vuole il mio destino,
Lusingando il mio timore,
Che in lontan crudele amore
Piet cerchi e fedelt.
S, s, bench l'aspetto
D'empia morte e crudel mi s'appresenti,
Pur gli estremi tormenti
Aleggiar mi conviene in lontananza,
L'egro sguardo volgendo alla speranza:
Questa par che mi additi
Tirsi che a me ritorna e che mi dice:
'Fui misero, infelice,
Cara, da te lontano: oscuro e cieco
Fu sempre il d per me: ma sempre meco
Venne di pura f la gloria e 'l vanto;
Torna dunque alle gioie e asciuga il pianto.'
So ben che la speranza
In fronte a chi s'adora
Bella la frode ancora
Fa spesso divenir.
Ma so pur che la speme
Lusinga la costanza
D'un cor che sempre teme
Vicino il suo morir.
...
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...
SENZA TITOLO.
...
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...
Queste che miri, o Nice,
Campagne amene, ove innocente e bella
Guida la pastorella,
Lieta cantando, il mansueto armento:
Questo limpido argento
Che si dirama intorno, e il prato e i sassi
Bacia dovunque passi:
Questa pianta che annosa
L'ombra gradita e cara intorno stende,
E dal sol ne difende,
Ne invitano a goder l'ore tranquille:
Qui siedi, e le pupille
Volgimi pi amorose un'altra volta;
Siedi, riposa, e le mie pene ascolta.
Sei mio ben, sei mio conforto,
Per te porto al cor catene,
Per te pene Amor mi d.
Da te calma e pace spero,
Col pensiero a te m'aggiro:
N sospiro altra belt.
Credimi, s, mio sole,
Che da te vien la luce agli occhi miei;
Pensa che sol tu sei
Del cadente mio cor vita e sostegno.
N ritrosia, n sdegno
Potran far ch'io non t'ami,
Ch'io ti siegua e ti chiami,
Che vicino e lontano a te m'aggiri,
E che per te, bell'idol mio, sospiri.
Amo, n sar mai
Che a pi vezzosi rai
S'accenda questo cor
Che tuo si rese:
Fedel cos, mio bene,
Sar fra le catene,
N potr farmi Amor
Novelle offese.
...
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...
SENZA TITOLO.
...
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...
Veggo la selva e il monte
Ove sola d'amor spesso favella
Col ruscello e col fonte
Irene pastorella;
E dico: 'Oh potess'io
Cangiarmi in fonte e trasformarmi in rio
Per scoprir le mie pene
Nello specchio dell'onde a' rai d'Irene!
Le direi, mormorando fra' sassi:
"Bella Irene, il ruscello che passi
Senza amarti al suo fiume non va.
Le direi: "Il bel fondo che splende,
Pastorella, al tuo volto s'accende,
Ed amante d'Irene si fa."
Poscia quando il pastor guida la greggia
A dissetarsi al fonte o al rio fugace:
"Guarda", direi, "di non turbar quest'onde
O del fonte che tace
O del ruscel che freme entro le sponde;
Ch l'uno e l'altro del gentil sembiante
D'Irene pastorella  fatto amante."'
Ma la selva, il monte intanto
Van col bel dell'idol mio
Lusingando le mie pene.
Io fo crescer col mio pianto
L'acqua al fonte, l'onde al rio,
Sospirando per Irene.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
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...
Or che una nube ingrata
Del sol t'asconde i rai,
Quanta piet mi fai,
Clizia infelice!
Quando in quel fior che dal tuo nome ha i fregi
Si perd tua beltade e tua speranza,
Per unica mercede e sol conforto
De' tuoi teneri affetti
Ti fu dal Cielo e dal destin concesso
Il poter a tua voglia almen dal suolo
Vagheggiar nelle sfere il tuo bel nume.
Ma che? Misera al pari, o ninfa o fiore,
Oggi questo piacer che sol ti resta
A te goder non lice
Or che una nube ingrata
Del sol ti asconde i rai;
Quanta piet mi fai, Clizia infelice.
Senza il misero piacer
Di veder quel bel che adori
Veggo languir tue foglie,
Perdersi tua belt,
Povero fiore.
Ed or che a me si toglie
Mirar la bella Irene,
Il suo smarrito bene
Anche ne' danni suoi
Piange il mio core.
M'intendi? Io tutto dissi: ahi qual tormento!
Sai tu, bel fiore amato,
Sai tu, ninfa gentil che in lui t'ascondi,
Perch di tue sventure,
Perch de' mali tuoi tanto mi duole?
Provo quelle in me stesso,
Questi in me stesso io sento: Irene, oh Dio!
Irene ch' il mio sol, Irene amata
Che a me si strugge, e il di cui moto io sieguo,
Veder non posso, ed il vederla almeno
Era il solo piacer degli occhi miei:
Questo  il solo pensier che somiglianti
Rende gli affanni tuoi a' danni miei,
E rende i miei tormenti a' mali tuoi.
Qual somiglianza, oh Dio!
Tu la luce del sol scorger non puoi;
Irene almen veder ah! non poss'io.
Contemplare almen chi s'ama
 diletto dell'affetto,
Se non  bella mercede
Del desir d'amante cor:
Se non  sfogo alla brama,
 per premio alla fede,
Bel ristoro  dell'amor.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
.
...
Destatevi, o pastori, ecco il mattino.
Del ciel gli azzurri campi
L'alba gi imbianca; e l'aria e il suol l'aurora
Con gigli e rose infiora.
Gi sul colle vicino
Le cacciatrici ninfe
Affrettano del d la messaggiera,
Impazienti della sua dimora,
E voi dormite ancora?
Provan gi gli archi e pronte
Tese han le reti appo la selva e il fonte
Nerea, Fiorilla e Clori;
Destatevi, o pastori...
Ma destomi... ah vaneggio! dalla mia
Solitaria capanna
Sol l'infelice mia mandra riveggio;
E soffro la crudel guerra che fanno
Nel mio deluso core
Perduta libertade, Amor tiranno.
Ne' campi e nelle selve
Seguivo gi le belve,
Pascevo il gregge ancor
Libero pastorel,
Libero cacciator;
Ora non son pi quello:
Perdei la libert.
E quel ch' peggio, oh Dio!
Come se il mio tormento
Colpa non sia di lei,
Mostrare al mio lamento
Clori non vuol piet.
Torner fra le gregge
All'afflizione ed al silenzio in preda;
Poi delle fiere in traccia
Qual disperato per alpestri selve
Imprender la perigliosa caccia;
E senza tema, qual chi morte aspetta,
Su le rabbiose pi feroci belve
D'una belva crudel far vendetta;
Grider forsennato,
E ovunque volga i furiosi passi
Dir: 'D'ingrato amor quest' l'effetto:
E se a piet non mossi un bianco petto,
A piet mossi almeno i tronchi, i sassi.'
Empia, e allor che mia morte al fin saprai,
Vieni e, sul tronco d'una quercia annosa,
Al cui pi giacer, tu leggerai:
'Silvio, amante disperato,
Sfortunato cacciatore,
Infelice pastorello,
Per un core senza amore
Pure al fin cedendo al fato
Qui per sempre ripos.
Pastorelli, cacciatori,
Che passate ov'egli giace,
Gli augurate quella pace
Che la perfida sua Clori
Gli promise e gli manc.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
.
...
Oh se fosse il mio core
In libert d'usar teneri affetti,
Vostri pallidi aspetti,
Vostri sospiri, e le querele e i pianti
Potrian sperar piet, miseri amanti!
Ma de' verdi anni miei
Nel pi bel fior se cieco amor m'accese,
Se il cor non si difese
Da un guardo feritor che apr le piaghe,
Se due pupille vaghe
M'accesero nel sen fiamma vorace,
Altri amar non poss'io, datevi pace.
Se lusinga il labbro e il ciglio
A dispetto del mio core
Si fan rei di crudelt.
N sottrar posso al periglio
Per voler d'antico amore
Chi mi chiede almen piet.
Mi fa barbara e ingrata
L'istesso Amor che gli altri cori accende;
Ma spietata mi rende,
Perch tutta mi vuol dell'idol mio.
Or se amar non poss'io,
E senza colpa mia vi son crudele,
Amanti, le querele
Contro di lui volgete,
E pi saggi credete
Che per me, quando Amor fiero v'affanna,
Vi promette contenti e poi v'inganna.
Sento pietade,
Non son crudele,
Non sono ingrata,
Ma son legata,
Incatenata
Da un altro amor.
L'altrui querele
Piet mi fanno;
Ma ristorarvi
Di tanto affanno
Troppo fedele
Non pu il mio cor.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
.
...
Oh Dio, che non  vero: ogni gran piaga
Lontananza non sana
Dal suo bene lontana;
Di qual pena ella sia,
Lo sa pi che l'altrui l'anima mia.
Quella ferita
Ch'io porto in seno
Non gi vien meno;
Ma la mia vita
Mancando va.
Se non m'aita
Qualche speranza,
La lontananza
M'uccider.
Passano i fiumi e i rivi
Dal monte al piano e dalla selva al prato,
E di riposo privi
Scorrono querelandosi tra' sassi,
N mai fermano i passi
Se pria coll'onde lor torbide o chiare
Non arrivano a perdersi nel mare.
Cos quest'alma amante
Senza pace vivr la notte e il giorno
Finch non fa ritorno
All'amato suo nume,
Fatta simile al rio, simile al fiume.
Se mi prestasse i vanni
Il pargoletto dio,
Subito all'idol mio
Volar vorrei.
Allor privo d'affanni
Respirerebbe il core;
E allor l'ali ad Amore
Io renderei.
...
.
...
SENZA TITOLO.
...
.
...
Dal povero mio cor,
Tu di cortese padre iniqua figlia,
Speme nata d'Amore,
Mostri nell'altrui ciglia
Di lusinga vestito ancor l'inganno;
Tu, che sol per mio danno
Strane idee e diverse al pensier porti,
E insiem confondi e mesci,
In cor che sia fedel, doglie e conforti;
Tu che m'affanni e incresci,
E dopo lunga pena
Vuoi che spanda il desio sue nuove piume,
E che torni al suo nume;
Tu che amica e serena,
Grazie spirando e ardore,
Fingi amorosa a me l'altrui sembianza;
Dal povero mio cor, che vuoi, Speranza?
Menzognera dici: 'Spera',
Ma il mio cor pi non ti crede,
Perch fede non trov.
Gi ti sgrida ingrata, infida,
Gi ti chiama il cor ferito,
Ch tradito il cor rest.
Pallido ancor, tremante
Per la sofferta gi fiera tempesta,
Fuor dell'onda incostante
Su l'arena il nocchiero il piede arresta:
Guata spumar crucciosi
I marini cavalli, e in tanto sparte
E vele e remi e sarte
Vede nuotar con tema e con spavento,
E il turbine rotare, e il nembo e il vento;
Sin dal profondo seno
Ode mugghiare il mar; n pi si affida
All'acque e all'aria infida,
Bench si mostri a lui chiara e serena;
N, per calma che inviti,
Torna le vele a sciorre; e tu che sai
Qual procella provai,
Tornando a lusingar la mia costanza,
Dal povero mio cor, che vuoi, Speranza?
Ha scogli e rie procelle
L'infido mar d'Amor:
Fermati in porto, o cor,
Non scior le vele.
Sogliono pur due stelle
Spingere a naufragar:
No, non ti lusingar,
L'onda  infedele.
...
.
...
PRIMO OMAGGIO DI CANTO.
...
.
...
Perch tremar degg'io? Son le mie voci
Inesperte, lo so: ma il primo omaggio
D'accettarne i miei numi
Perci non sdegneranno. Anzi assai meglio
Quanto lor grata io sono
L'uml dir semplicit del dono.
Cantando in selva amena
Va l'augelletto ardito,
Bench vestito a pena,
Bench inesperto ancor.
Quanto ha men d'arte il canto,
Tanto pi chiaro ei dice
A chi di s bel vanto
Gi nacque debitor.
...
.
...
L'AURORA.
...
.
...
Clori, ah Clori, t'affretta:
Sorgi a mirar con me quale, or che nasce,
La bella aurora appresta
Spettacolo gentil. Vedi che, mentre
Su l'ultimo orizzonte
Rosseggia l non ben matura ancora,
Gi col tenero lume i colli indora.
Oh di qual verde il prato,
Di quale azzurro il ciel si veste! Oh come
Di rugiadose perle
Brillano aspersi i fiori, e a poco a poco
Aprono al d le colorate spoglie!
Odi all'aura gi desta
Come il bosco susurra, e come a gara
La canora famiglia
Esce dal nido ad insultar festiva
La notte fuggitiva,
Ridotta gi su l'occidente estremo.
Ah Clori amica, ah che bel giorno avremo!
 sicuro il d vicino
Senza nembi e senza velo,
Quando il cielo in sul mattino
Ride limpido cos.
Ah facciam, mia Clori, ancora
Che del par la nostra aurora
Presagisca un s bel d.
...
.
...
L'ESTATE.
...
.
...
E ti par tempo, Eurilla,
Di seguitar le fiere? Ardono i campi
Sotto il raggio celeste: aura non spira
Che infiammata non sia: le fiere istesse
Di qualche ombra ospital corrono in traccia.
Ah per or della caccia
Lascia, lascia il pensier. Le rose, i gigli
Del bel volto d'Eurilla
Mertan cura maggior. Credimi, all'ombra
Di quest'antro selvoso
Meco attendi la notte; e lascia intanto
Che l'indurato a' faticosi studi
Robusto mietitor s'imbruni e sudi.
Qui l'infranta onda che cade,
E da' zefiri  rapita,
Con le fresche sue rugiade
Fa l'erbette verdeggiar.
Qui si desta e si confonde
Dolce suon d'acque e di fronde,
Che ne alletta, che ne invita,
Che ne sforza a riposar.
...
.
...
L'INVERNO. O LA PROVVIDA PASTORELLA.
...
.
...
Perch, compagne amate,
Perch tanto stupor? Che avvenne al fine?
Il verno ritorn! Grande, inudito
Veramente  il disastro: e non potea
Prevedersi da noi. Deh un tal portento
D'esagerar cessate. Al guardo mio
Forse esposto non ? Nol veggo anch'io?
So che il bosco, il monte, il prato
Non han pi che un solo aspetto:
Che gelato il ruscelletto
Fra le sponde  prigionier.
Dal rigor del freddo polo
Sento anch'io qual aura spiri:
So che agghiacciano i respiri
Su le labbra al passaggier.
Ma che perci? Ne' miei tiepidi alberghi,
A dispetto del verno, aure temprate
Forse non respirate? Ad onta forse
Dell'avaro terreno, i fiori, i frutti
Delle stagion pi liete
Qui abbondar non vedete? E se tremate
Nelle vostre capanne, e se di tutto
L soffrite difetto,
Ne ha colpa il verno? Alle stagioni amiche
Perch non imitarmi? Allor che intesa
Er'io d'aridi rami a far tesoro,
Sul faggio e su l'alloro
Ad incider perch di Tirsi il nome
Perdeva i d la spensierata Irene?
Dalle campagne amene al mio soggiorno
Quand'io facea ritorno
Di grappoli e di pomi onusta il seno,
Perch del suo Fileno
Nice di selva in selva
Correa gelosa ad esplorare i passi?
Quando provvida io trassi
A' miei tetti le spiche in fasci unite,
Su le sponde fiorite
D'ombroso stagno a che d'Elpino al fianco
I pesci Egle insidiar ne' lor ricetti?
Di cure s diverse ecco gli effetti.
Non v'insulto, o compagne: anzi alla vostra
Negligenza degg'io tutto il pi caro
Frutto de' miei sudori,
Ch' il piacer di giovarvi. Oh me felice!
Se l'istesso amor mio, che or vi difende,
Prvvide ancora in avvenir vi rende.
Chi vuol goder l'aprile
Nella stagion severa,
Rammenti in primavera
Che il verno torner.
Per chi fedel seconda
Cos prudente stile,
Ogni stagione abbonda
De' doni che non ha.
...
.
...
LA STRADA DELLA GLORIA.
...
.
...
Gi l'ombrosa del giorno atra nemica
Di silenzio copriva e di timore
L'immenso volto alla gran madre antica:
Febo agli oggetti il solito colore
Pi non prestava, ed all'aratro appresso
Riposava lo stanco agricoltore:
Moveano i sogni il vol tacito e spesso,
Destando de' mortali entro il pensiere
L'immaginar dall'alta quiete oppresso.
Sol io veglio fra cure aspre e severe,
Com'egro suol che trae l'ore inquiete,
N discerne ei medesmo il suo volere.
Al fin con l'ali placide e secrete
Sen venne il Sonno, e le mie luci accese
Dello squallido asperse umor di Lete.
Tosto l'occulto gelo al cor discese,
E quel poter, per cui si vede e sente,
Dall'uffizio del d l'alma sospese.
Tacquero intorno all'agitata mente
L'acerbe cure, e inaspettato oggetto
Al sopito pensier si fe' presente.
Parmi in un verde prato esser ristretto,
Cui difendon le piante in largo giro
Dall'ingiuria del sol l'erboso letto
Picciol ruscel con torto pi rimiro,
Che desta nel cammin gigli e viole,
Pingendo il margo d'oriental zaffiro;
Chiaro cos che, se furtivo suole
I rai Febo inviar su l'onda molle,
Tornan dal fondo illesi i rai del sole.
Dall'un de' lati al pian sovrasta un colle
Tutto scosceso e ruinoso al basso,
Ameno poi l dove il giogo estolle.
Di lucido piropo in cima al sasso
Sfavilla un tempio, che a mirarlo intento
Lo sguardo ne divien debile e lasso.
Veggonsi in varie parti a cento a cento
Quei che per l'alta disastrosa strada
Salir l'eccelso colle hanno talento.
La difficile impresa altri non bada,
Ma tratto dal desio s'inoltra e sale,
Onde avvien poi che vergognoso cada.
Altri con forza al desiderio uguale
Supera l'erta; e l'ampia turba imbelle
Gracchia, e si rode di livor mortale.
In me, che l'alme fortunate e belle
Tant'alte miro, la via scabra e strana
Desio s'accende a sormontar con quelle
Qual lioncin, che vede dalla tana
Pascere il fiero padre il suo furore
Nel fianco aperto d'empia tigre ircana,
Anch'ei dimostra il generoso core;
Esce ruggendo, e va lo sparso sangue
Su le fauci a lambir del genitore:
Tal io, sebbene a tanta impresa langue
L'infermo passo, per mirar non resto
Chi cada, o nel cader rimanga esangue.
E 'l giovanile ardor, che mi fa presto,
Oltre mi spinge, e a sceglier non dimoro
Se sia miglior cammin quello di questo.
Ma chi dir l'ingiurie di coloro
Ch'empiono il basso giro? Alme invidiose!
Oh al bene oprar nemico infame coro!
In van speri quel premio che ripose
Alle fatiche il Ciel, s'altro non sei
Che impaccio alle grand'alme e generose.
Muovo per l'erta costa i passi miei:
Ma la turba crudel mi fu d'intorno,
Talch restarne oppresso io mi credei.
Altri ride sbuffando, e mi fa scorno;
Altri mi spinge acerbamente indietro;
E vuol che al basso suol faccia ritorno.
Altri con urli in spaventoso metro
L'orecchio offende e fa inarcar le ciglia,
O m'appesta col fiato infausto e tetro.
Co' denti altri e coll'unghie a me si appiglia;
N pria rimuove la livida faccia,
Che la bocca e la man non sia vermiglia.
Altri, ch'altro non puote, i pi m'abbraccia,
E, se non giunge a darmi maggior duolo,
Il lembo almen delle mie vesti straccia.
Io, fra la rabbia del maligno stuolo
Contro di me senza ragione irato,
Che far poteva abbandonato e solo!
Gi sono di sudor molle e bagnato,
Gi mi palpita il core, anela il petto,
Laceri ho i panni, e sanguinoso il lato:
Gi l'ardente desio cede al difetto
Del mio poter; ma venne a darmi aita
Del buon maestro il venerato aspetto.
Riconosco la guancia scolorita
Dal lungo studio, e 'l magistrale impero
Che l'ampia fronte gli adornava in vita.
A me rivolse il ciglio suo severo
Da cui pur dianzi io regolar solea
Delle mie labbra i moti, e del pensiero.
E in mezzo a quella turba invida e rea
Discese alquanto, e la sua man mi porse:
'Deh! sorgi, o figlio, e non temer', dicea.
Alla voce, alla vista un gel mi scorse
Dal capo al pi le pi riposte vene,
Talch Bion del mio timor s'accorse,
E turbato soggiunse: 'Ah! non conviene
Cos di tema vil pingere il volto,
Se la mia man ti guida e ti sostiene.'
Quel gel che intorno al core era raccolto,
Poich scald vergogna i sensi miei,
Venne su gli occhi in lagrime disciolto;
E dissi: 'Ah padre, che ben tal mi sei
Se, poich mi lasciasti in abbandono,
Sostegno e guida, ahi lasso! in te perdei:
E se quanto conosco e quanto lo sono,
Fuorch la prima rozza informe spoglia,
Di tua man, di tua mente  tutto dono;
Ah lascia almen che in pianto si discioglia
L'acerbo affanno, e in lagrime diffuso
Esca a far fede dell'interna doglia! '
Ed ei: 'Teneri sensi io non ricuso
Del grato cor: ma quest'imbelle pianto
Deh serba, o figlio, pur, serba ad altr'uso:
E, se degno esser vuoi di starmi accanto,
Giustamente adornar tue membra cerca
Di quel ch'io cingo luminoso ammanto.
Quello  il tempio di Gloria, che ricerca
Ogni alma e non rinviene; e quella sede
Col sangue solo e col sudor si merca.
Tu porta colass l'accorto piede;
Ma sappi pria che 'l Senno ed il Valore
Della soglia felice in guardia siede:
E che quegli il bel tempio entra d'Onore,
Che col senno e coll'opre un d poteo
Render d'invidia il nome suo maggiore.
Ivi  il buon Greco che s chiari feo
I nomi di color per cui si rese
Specchio del frigio incendio il flutto egeo.
Ivi  colui ch'alto cant le imprese
Del Troiano, e da cui sua nobil arte
Il fortunato agricoltore apprese.
V' Demostene, Tullio, e a parte a parte
Qualunque lunga et da voi divide
Che latine vergasse o greche carte:
Ivi  colui che vincitor si vide
Scorrer la Grecia prima, e pianger poi
Per invidia sul cener di Pelide.
Tomiri v' fra' bellicosi eroi,
Che fece il tronco capo al re persiano
Saziar nel sangue de' seguaci suoi.
Ivi  il feroce condottier tebano
Che ruppe nella Leutrica campagna
L'audace corso del furor spartano.
V' Scipio che, scorrendo Africa e Spagna,
Vinse Annibl, per cui paventa ancora
Roma il terror di Canne e se ne lagna.
Cesar, Marcello, Fabio ivi dimora,
E mille e mille, che narrare appieno
Di brieve ragionar opra non fora.
Tu intanto, s'entro te non venne meno
Il bel desio d'onor, questa fedele
Norma ch'io ti prescrivo accogli in seno.
Guarda che, per fuggir l'onda crudele,
Non urti in scoglio; ed al propizio vento
Libere non lasciar tutte le vele.
Ma la tema in tuo core e l'ardimento
Componga un misto che prudenza sia:
E seco ti consiglia ogni momento.
Dell'onesto e del ver quello ch'io pria
Seme in te sparsi, serba, e scorgerai
Quai felici germogli un giorno dia.
Di tutto quello che comprendi e sai,
Pompa non far; ch un bel tacer tal volta
Ogni dotto parlar vince d'assai.
Muto de' saggi il ragionare ascolta;
N molto ti doler s'unqua ti fura
Dovuto premio ignara turba e stolta.
Noto prima a te stesso esser proccura.
Preceda ogni opra tua saggio consiglio,
E poi lascia del resto al Ciel la cura.'
Diss'egli; e, mentre a replicare io piglio,
Sen fugge il sogno, e nel medesmo istante
Umido apersi e sbigottito il ciglio:
E, dalle piume al suol poste le piante,
Vidi del d la face omai vicina,
Ch la compagna del canuto amante
Rosseggiava su l'indica marina.
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LA MORTE DI CATONE.
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Poich fu il capo al gran Pompeo reciso,
E che in Cesare sol concorse intero
Quel poter che in due parti era diviso,
La forza egli spieg del proprio impero
Su l'africo superbo e sul britanno
E sul partico suolo e su l'ibero:
E a Roma, ancor piena di grave affanno,
Fu forza al fin la disdegnosa fronte
Sotto il giogo piegar del suo tiranno.
Fin nell'estremo l del Tauro monte,
Che coll'alta cervice al ciel confina,
Rese le genti al suo comando pronte.
Ma non poteo perci l'alma divina
Mai soggiogar di quel Romano invitto,
Con cui mor la libert latina:
Il qual, poich rest vinto e sconfitto
L'infame Tolomeo che contendea
Alla bella Cleopatra il pingue Egitto,
I mesti giorni in Utica traea,
Ove, ripieno il cor di patrio affetto,
Di Pompeo l'aspro fato ancor piangea.
N per timor che gli nascesse in petto
Ivi n'and, ma sol perch fuggia
Della romana servit l'aspetto.
E poi che ud che s'era gi per via
Cesare posto, e con armate genti
Verso l'arene d'Utica vena,
Volse e rivolse i suoi pensieri ardenti;
Indi, chiamato il suo diletto figlio,
Questi spinse sul labbro arditi accenti:
'A te lice schivare il tuo periglio;
Onde, per ottener pace e salvezza,
Che a Cesare ne vada io ti consiglio.
Ma la mia mente, a rigettarlo avvezza,
Oggi non de lasciar suo genio antico,
Che l'ingiusta potenza aborre e sprezza.
E ben degg'io, di libertate amico,
Meno la morte odiar di quella vita
Che ricever dovrei dal mio nemico.
Tu vanne, o figlio, ove il destin t'invita;
Ch ci che all'opre tue sar virtute
Sarebbe infamia per quest'alma ardita;
La qual non de, con dimandar salute,
Di Cesare approvar l'ingiusta voglia,
Ch'altrui morte minaccia o servitute.
N tanto apprezzo questa frale spoglia
Ch'abbia a legar, per dimorare in lei,
Quel libero desio che in me germoglia.
N del nome roman degno sarei
Se, giunto al fin di dieci lustri ormai,
Non finissi costante i giorni miei.
Io, che ho del viver mio gi scorso assai,
So che incontrar quaggi l'uomo non puote
Che interrotte dolcezze e lunghi guai.'
Mentre sciogliea la lingua in queste note,
Piangeva il figlio, e con afflitto volto
Tenea nel genitor le luci immote.
Ed egli intanto, a un servo suo rivolto,
'Recami il ferro', disse. Il figlio allora
Scosse il pensiero in cui stava sepolto,
E forte grida: 'Ah non recate ancora
Il ferro, o servi; e tu, padre pietoso,
Interponi al morir qualche dimora.'
Catone il torvo ciglio e generoso
Ver lui rivolse, e dal turbato core
Trasse questo parlar grave e sdegnoso:
'S'oggi non v' per me scampo migliore,
Che debbo attender pi ? Che giunga forse,
E mi trovi sua preda il vincitore?'
A tutti allor dagli occhi il pianto scorse:
Al figlio, a' servi, ed agli amici insieme,
Di cui gi folta schiera ivi concorse;
I quai coll'esca di novella speme
Tentavano ritrar l'animo atroce
Dal duro incontro delle doglie estreme.
Ma quel, cui n dolor n tema nuoce,
Sorger lasci sovra le labbra un riso
Che seren l'aspetto suo feroce;
E, rimirando i mesti amici in viso,
Disse: 'Deh, qual dolor v'occupa il seno
E sul volto vi corre all'improvviso?
Forse vi duol ch'io sciolga all'alma il freno
Perch, scorrendo poi sicuramente,
Possa goder la libertade appieno,
E volando nel ciel rapidamente,
Svelta d'ogni mortal tardo legame,
Ritorni al giro dell'eterna mente;
Dove spogliata delle folli brame
Miri per la serena e pura luce
De' grandi eventi il variato stame?
Ah che quell'alma, cui ragione  duce,
Non pu giammai temer di quella morte
Che al destinato fin la riconduce.
Anzi ella sempre l'aspre sue ritorte
Romper si sforza in cui si trova oppressa,
E sempre aspira alla celeste sorte.
Onde, quando la strada  a lei permessa
D'uscirne fuori, alla sua sfera sale,
Riducendosi pria tutta in se stessa.
N teme di perir qual cosa frale;
N pu perir se non ha parte alcuna,
Ma  pura, indivisibile e immortale.
Si rompa or la dimora a me importuna:
Arrecatemi, o servi, il ferro avante,
Pria che parta dal ciel la notte bruna.'
Allora un servo con la man tremante
Portgli il fiero acciaro; ed egli il prese,
Intrepido negli atti e nel sembiante.
Ma Labien, che di piet si accese,
'Andiam prima di Giove al tempio,' disse,
'Acci che il suo voler ti sia palese.'
Caton pria nel pugnal le luci fisse,
E la punta tent se fosse dura,
Poi di sua bocca tal favella udisse:
'Forse col nelle sacrate mura
Chieder dovrem se bene opri colui
Che ad ingiusto poter l'anima fura?
S'eterno sia ci che si chiude in nui,
E se contra la forza e la potenza
Perda punto virtude i pregi sui?
Ci ben sappiam, che la divina essenza,
In cui tutti viviamo, a nostre menti
Gi del vero don la conoscenza.
N fia ch'opra giammai da noi si tenti,
Se non ci muove quel volere eterno
Senza cui nulla siam d'oprar possenti.
E poi, perch degg'io Giove superno
Negli aditi cercar, se il trovo espresso
Ovunque mi rivolgo, ovunque scerno?
A' dubbii il fato  d'esplorar permesso;
Ma lo spirito mio certo diviene
Per la certezza del morire istesso.'
Qui la voce Catone a s ritiene
Per che il sonno del liquor di Lete
Avea le luci sue tutte ripiene:
E i mesti amici con le menti inquiete
Piangendo usciro, e 'l buon Caton lasciorno,
Ch'entro s'immerse alla profonda quiete.
Ma quando gli augelletti ai rami intorno,
Mentre l'aurora il chiaro manto stende,
Salutavan cantando il nuovo giorno,
Ei desto, in man l'ingiusto ferro prende,
Che spinto dalla destra a mezzo il petto
Velocemente fino al ventre scende.
Le viscere escon fuor del proprio letto,
E, fra le dita spumeggiando il sangue,
Si copre di pallore il fiero aspetto.
Mentre fra vita e morte incerto langue,
Un servo accorre, che con arte spera
Far che non resti per lo colpo esangue.
Ma, fisso ei nella voglia sua primiera,
Si volse in s, poich di ci si avvide,
Come in umile agnello irata fera:
Ed il trafitto petto apre e divide
Con forza tal che, quello dilatando
L'aspra ferita, negli estremi stride.
Indi forza maggiore a s chiamando,
Tosto disciolse con la mano ardita,
Le palpitanti viscere stracciando,
Gli ultimi nodi alla gloriosa vita.
...
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...
L'ORIGINE DELLE LEGGI.
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Quando ancor non ardiva il pino audace,
Grave di merci, dispiegare il volo
Sul mobil dorso d'Ocen fallace,
Era alle genti noto un lido solo,
N certo segno i campi distinguea,
N curvo aratro rivolgeva il suolo.
Per gli antri e per le selve ognun traea
Allor la vita, n fra sete o lane
Le sue ruvide membra raccogliea:
Ch non temeano ancor le membra umane
Il duro ghiaccio degli alpestri monti,
N i raggi che cadean dal sirio cane.
La pioggia e 'l sol su le rugose fronti
Battean sovente, ma 'l disagio istesso
I mortali rendeva a soffrir pronti.
A ciascun senza tema era concesso
Del medesimo tronco il cibo corre,
Ed estinguer la sete al fonte appresso.
Avvenne poi che, desiando porre
Due sul frutto vicin l'adunca mano,
L'uno all'altro tentar la preda torre:
E quindi, accesi di furore insano,
Con l'unghie pria si laceraro il volto,
Poi con l'armi irrigar di sangue il piano.
Indi pi d'un si vide insieme accolto
Solo per tema del potere altrui,
Cui fiero sdegno il freno avea disciolto.
Poi, per aprir ciascuno i sensi sui,
Colla lingua accennava il suo parere,
Che fu il modo primiero offerto a lui.
Perch sente ciascuno il suo potere,
Come il picciol fanciullo appena nato
Ne dimostra col dito il suo volere.
Scherza il torello alla sua madre a lato,
Ed appena spuntarsi il corno sente,
Che a cozzar dallo sdegno  gi portato;
Ed adulto l'augello immantinente
Se stesso affida ad inesperti vanni,
Ove il poter natura a lui consente.
Poi, volendo del ciel fuggire i danni,
Varie pelli alle membra s'adattorno;
Indi tessean di lane i rozzi panni.
E ciascun componendo il suo soggiorno,
Per sicurezza i lor tuguri uniti
Cinser di fosse e di muraglie intorno.
Ma perch varie idee, vari appetiti
Volgono l'uom, perci sempre fra loro
Erano semi di discordie e liti.
Onde, per ritrovar pace e ristoro,
Fu d'uopo esser soggetti a patti tali,
Che del comun volere immago fro.
Cos le varie menti de' mortali,
Dall'utile comun prendendo norma
Resero tutti i lor desiri eguali.
Ch in van tenta ridursi a certa forma
Corpo civil, se sol de' propri affetti
Ogni stolto pensier seguita l'orma.
Anzi, che a' dotti e nobili intelletti
Tant' pi necessario il giusto freno
Quanto han di variar maggiori oggetti.
Il saggio vive sol libero appieno,
Perch del bene oprare il seme eterno
Dell'infinito trae dal vasto seno.
Egli discerne col suo lume interno
Che da una sola idea sorge e dipende
Delle create cose il gran governo.
Il dotto  quel che solo a gloria attende;
Qual  colui che di febeo furore
Tra l'alme Muse la sua mente accende.
Ma il saggio  quel che mai non cangia il core,
E sempre gode una tranquilla pace
In questo brieve trapassar dell'ore.
Egli  sol, che alle leggi non soggiace,
Perch sol colle leggi egli conviene,
E di quelle  compagno, e non seguace.
Ei le sue voglie a suo piacer trattiene,
E sciolto vola da mortale impero
A cui legati ambizion ci tiene.
Egli  che, conducendo il suo pensiero
Per lo cammin delle passate cose,
Mira delle future il corso intero.
Egli in se stesso ha sue ricchezze ascose,
N mai, per voglia di grandezza umana,
Di s la guida alla fortuna espose.
Ed egli , che con mente accorta e sana
Le leggi incontra, e con la propria vita
Ogn'ingiuria da quelle anche allontana,
Come Socrate il saggio ognor n'addita,
Che per non violar le leggi sante
Sparger si content l'anima ardita.
Ei fu che, avendo i cari amici avante,
Del suo corso vital nel punto estremo
Disse con voce debile e tremante:
'Amici, il mio morire io gi non temo;
Per che, quanto accorcio il viver mio,
Tanto allo spirto di prigione io scemo.
E questa mortal vita non desio,
Acci che l'alma del suo fango pura
Ritorni lieta allo splendor natio;
Ch in questa spoglia, che il goder ci fura,
Colui la propria vita ha pi disteso
Che non dai giorni il viver suo misura,
Ma da quel che conobbe ed ha compreso.
...
.
...
FAVOLETTA.
...
.
...
Un asino gi fu (questa novella
 rancida, lo so! ma nulla importa,
Si pu ridir: l'applicazione  bella)
Un asino gi fu di mente accorta,
Di prudenza dotato e di ragione
Quanto cio l'asinit comporta.
Si ridea della soma e del bastone,
N perdea la sua pace in altra cura
Che i cavoli a rubar del suo padrone.
Or mentre il ciuco solo alla pastura
Un d sen gia lungo la selva usata
In una pelle urt per sua sventura,
Ch'un poco innanzi ad un leon levata,
Da un arbore pendente, esposta al vento
Un cacciator numida avea lasciata.
La testa ei sollev stupito e lento:
Ma in veder d'un leon le fauci e 'l muso,
Il filosofo nostro ebbe spavento.
Ristette in prima e s'arretr confuso:
Poi, conosciuto il ver, volse l'ingegno
Della spoglia temuta a far buon uso.
Godea degli altri immaginando i guai,
Ch agli asini il potere manca sempre
Ma il desio di mal far non manca mai.
...
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...
LA VECCHIAIA.
...
.
...
Chiamo ogni giorno ai consueti uffici
Le castalidi de: ma pi non hanno
Cura di me le sacre mie nutrici.
In van tempro la cetra, in van m'affanno,
Ch ritrosi adattarsi i detti miei
All'armoniche leggi or pi non sanno.
Qual ne sia la cagione io non saprei:
So che poco or mi val quanto adunai
Da' Toschi, da' Latini e dagli Achei.
Forse  vizio del clima, a' pigri rai
Del vicino Orion: forse l'ingegno
Cangi natura, e intorpidisce ormai.
...
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...
LA PRIMAVERA.
...
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Gi riede primavera
Col suo fiorito aspetto:
Gi il grato zefiretto
Scherza fra l'erbe e i fior.
Tornan le frondi agli alberi.
L'erbette al prato tornano;
Sol non ritorna a me
La pace del mio cor.
Febo col puro raggio
Su i monti il gel discioglie,
E quei le verdi spoglie
Veggonsi rivestir.
E il fiumicel che placido
Fra le sue sponde mormora
Fa col disciolto umor
Il margine fiorir.
L'orride querce annose
Su le pendici alpine
Gi dal ramoso crine
Scuotono il tardo gel.
A gara i campi adornano
Mille fioretti tremuli,
Non violati ancor
Da vomere crudel.
Al caro antico nido
Fin dall'egizie arene
La rondinella viene
Che ha valicato il mar;
Che, mentre il volo accelera,
Non vede il laccio pendere,
E va del cacciator
L'insidie ad incontrar.
L'amante pastorella
Gi pi serena in fronte
Corre all'usata fonte
A ricomporsi il crin.
Escon le greggie ai pascoli;
D'abbandonar s'affrettano,
Le arene il pescator,
L'albergo il pellegrin.
Fin quel nocchier dolente
Che sul paterno lido,
Scherno del flutto infido,
Naufrago ritorn,
Nel rivederlo placido
Lieto discioglie l'ancore,
E rammentar non sa
L'orror che in lui trov.
E tu non curi intanto,
Fille, di darmi aita,
Come la mia ferita
Colpa non sia di te.
Ma se ritorno libero
Gli antichi lacci a sciogliere,
No che non stringer
Pi fra catene il pi.
Del tuo bel nome amato,
Cinto del verde alloro,
Spesso le corde d'oro
Ho fatto risonar.
Or, se mi sei pi rigida,
Vo' che i miei sdegni apprendano
Del fido mio servir
Gli oltraggi a vendicar.
Ah no; ben mio, perdona
Questi sdegnosi accenti,
Ch sono i miei lamenti
Segni d'un vero amor.
S' tuo piacer, gradiscimi;
Se cos vuoi, disprezzami:
O pietosa, o crudel,
Sei l'alma del mio cor.
...
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...
L'ESTATE.
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...
Or che niega i doni suoi
La stagion de' fiori amica,
Cinta il crin di bionda spica
Volge a noi l'estate il pi:
E gi sotto al raggio ardente
Cos bollono le arene,
Che alla barbara Cirene
Pi cocente il sol non .
Pi non hanno i primi albori
Le lor gelide rugiade;
Pi dal ciel pioggia non cade
Che ristori e l'erbe e i fior.
Alimento il fonte, il rio
Al terren pi non comparte,
Che si fende in ogni parte
Per desio di nuovo umor.
Polveroso al sole in faccia
Si scolora il verde faggio,
Che di frondi al nuovo maggio
Le sue braccia rivest;
Ed ingrato al suol natio
Fuor del tronco ombra non stende,
N dal sol l'acque difende
Di quel rio che lo nutr.
Molle il volto, il sen bagnato,
Dorme steso in strana guisa
Su la messe gi recisa
L'affannato mietitor;
E con man pietose e pronte
Va tergendogli la bella
Amorosa villanella
Dalla fronte il suo sudor.
L su l'arido terreno
Scemo il can d'ogni vigore
Langue accanto al suo signore,
E n meno osa latrar;
Ma tramanda al seno oppresso
Per le fauci inaridite
Nuove sempre aure gradite
Con lo spesso respirar.
Quel torel che innamorava
Del suo ardir ninfe e pastori
Se ne' tronchi degli allori
S'avvezzava a ben ferir,
Del ruscello or su le sponde
Lento giace, e mugge e guata
La giovenca innamorata
Che risponde al suo muggir.
Per timor del caldo raggio
L'augellin non batte l'ale:
Alle stridule cicale
Cede il faggio l'usignuol.
Mostran gi spoglie novelle
Le macchiate antiche serpi,
Che ravvolte a' nudi sterpi
Si fan belle in faccia al sol.
Al calor del lungo giorno
Senton l ne' salsi umori
Anche i muti abitatori
Che il soggiorno intiepid,
E da' loro antri muscosi
Pi non van scorrendo il mare,
Ma fra' sassi e l'alghe amare
Stanno ascosi a' rai del d.
Pur l'estate tormentosa
S'io rimiro, amata Fille,
Le tue placide pupille,
S penosa a me non .
Mi conduca il cieco dio
Fra' Numidi, o al mar gelato,
Io sar sempre beato,
Idol mio, vicino a te.
Bench adusta abbia la fronte,
Con le curve opposte spalle
Un'ombrosa opaca valle
Cela il monte al caldo sol:
L dall'alto in gi cadendo
Serpe un rio limpido e vago,
Che raccolto in picciol lago
Va nutrendo il verde suol.
L del sol dubbia  la luce
Come suol notturna luna;
N pastor greggia importuna
Vi conduce a pascolar:
E, se v'entra il sol furtivo,
Vedi l'ombra delle piante
Al variar d'aura incostante
Dentro il rivo tremolar.
L, mia vita, uniti andiamo;
L cantando il d s'inganni.
Per timor di nuovi affanni
Non lasciamo di gioir;
Ch raddoppia i suoi tormenti
Chi con occhio mal sicuro
Fra la nebbia del futuro
Va gli eventi a prevenir.
Me non sdegni il biondo dio,
Me con Fille unisca Amore;
E poi, sfoghi il suo rigore
Fato rio, nemico ciel:
Ch il desio non mi tormenta
O di fasto o di ricchezza;
N d'incomoda vecchiezza
Mi spaventa il pigro gel.
Curvo il tergo e bianco il mento
Toccher le corde usate,
E alle corde mal temprate
Roco accento accoppier.
E a que' rai non pi vivaci
Rivolgendomi talora,
Su la man che m'innamora
Freddi baci imprimer.
Giusti di, che riposate
Placidissimi su l'etra,
La mia Fille e la mia cetra
Deh serbate per piet!
Fili poi la Parca avar
I miei d mill'anni e mille:
La mia cetra e la mia Fille
Sempre cara a me sar.
...
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...
LA LIBERTA'.
...
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...
Grazie agl'inganni tuoi,
Al fin respiro, o Nice,
Al fin d'un infelice
Ebber gli di piet:
Sento da' lacci suoi,
Sento che l'alma  sciolta;
Non sogno questa volta,
Non sogno libert.
Manc l'antico ardore,
E son tranquillo a segno
Che in me non trova sdegno
Per mascherarsi Amor.
Non cangio pi colore
Quando il tuo nome ascolto;
Quando ti miro in volto
Pi non mi batte il cor.
Sogno, ma te non miro
Sempre ne' sogni miei:
Mi desto, e tu non sei
Il primo mio pensier.
Lungi da te m'aggiro
Senza bramarti mai;
Son teco, e non mi fai
N pena n piacer.
Di tua belt ragiono,
N intenerir mi sento;
I torti miei rammento,
E non mi so sdegnar.
Confuso pi non sono
Quando mi vieni appresso;
Col mio rivale istesso
Posso di te parlar.
Volgimi il guardo altero,
Parlami in volto umano;
Il tuo disprezzo  vano,
 vano il tuo favor;
Ch pi l'usato impero
Quei labbri in me non hanno;
Quegli occhi pi non sanno
La via di questo cor.
Quel che or m'alletta o spiace,
Se lieto o mesto or sono,
Gi non  pi tuo dono,
Gi colpa tua non :
Ch senza te mi piace
La selva, il colle, il prato;
Ogni soggiorno ingrato
M'annoia ancor con te.
Odi s'io son sincero:
Ancor mi sembri bella,
Ma non mi sembri quella
Che paragon non ha.
E (non t'offenda il vero)
Nel tuo leggiadro aspetto
Or vedo alcun difetto
Che mi parea belt.
Quando lo stral spezzai
(Confesso il mio rossore)
Spezzar m'intesi il core,
Mi parve di morir.
Ma per uscir di guai,
Per non vedersi oppresso,
Per racquistar se stesso
Tutto si pu soffrir.
Nel visco in cui s'avvenne
Quell'augellin talora,
Lascia le penne ancora,
Ma torna in libert:
Poi le perdute penne
In pochi d rinnova;
Cauto divien per prova,
N pi tradir si fa.
So che non credi estinto
In me l'incendio antico,
Perch s spesso il dico,
Perch tacer non so:
Quel naturale istinto,
Nice, a parlar mi sprona,
Per cui ciascun ragiona
De' rischi che pass.
Dopo il crudel cimento
Narra i passati sdegni,
Di sue ferite i segni
Mostra il guerrier cos.
Mostra cos contento
Schiavo che usc di pena
La barbara catena
Che strascinava un d.
Parlo, ma sol parlando
Me soddisfar procuro;
Parlo, ma nulla io curo
Che tu mi presti f:
Parlo, ma non dimando
Se approvi i detti miei,
N se tranquilla sei
Nel ragionar di me.
Io lascio un'incostante:
Tu perdi un cor sincero;
Non so di noi primiero
Chi s'abbia a consolar.
So che un s fido amante
Non trover pi Nice;
Che un'altra ingannatrice
 facile a trovar.
...
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...
PALINODIA.
...
.
...
Placa gli sdegni tuoi;
Perdono, amata Nice;
L'error d'un infelice
 degno di piet.
 ver, de' lacci suoi
Vantai che l'alma  sciolta;
Ma fu l'estrema volta
Ch'io vanti libert.
 ver, l'antico ardore
Celar pretesi a segno
Che mascherai lo sdegno
Per non scoprir l'amor:
Ma cangi o no colore,
Se nominar t'ascolto
Ognun mi legge in volto
Come si sta nel cor.
Pur desto ognor ti miro,
Non che ne' sogni miei;
Ch ovunque tu non sei
Ti pinge il mio pensier.
Tu, se con te m'aggiro,
Tu, se ti lascio mai,
Tu delirar mi fai
Di pena o di piacer.
Di te s'io non ragiono
Infastidir mi sento,
Di nulla mi rammento,
Tutto mi fa sdegnar.
A nominarti io sono
S avvezzo a chi m'appresso,
Che al mio rivale istesso
Soglio di te parlar.
Da un sol tuo sguardo altero,
Da un sol tuo detto umano
Io mi difendo in vano,
Sia sprezzo o sia favor.
Fuor che il tuo dolce impero
Altro destin non hanno,
Ch secondar non sanno
I moti del mio cor.
Ogni piacer mi spiace
Se grato a te non sono;
Ci che non  tuo dono
Contento mio non .
Tutto con te mi piace,
Sia colle, o selva, o prato;
Tutto  soggiorno ingrato
Lungi, ben mio, da te.
Or parler sincero;
Non sol mi sembri bella,
Non sol mi sembri quella
Che paragon non ha;
Ma spesso, ingiusto al vero,
Condanno ogni altro aspetto;
Tutto mi par difetto,
Fuor che la tua belt.
Lo stral gi non spezzai;
Ch in van per mio rossore
Trarlo tentai dal core,
E ne credei morir.
Ah, per uscir di guai
Pi me ne vidi oppresso;
Ah di tentar l'istesso
Pi non potrei soffrir.
Nel visco in cui s'avvenne
Quell'augellin talora,
Scuote le penne ancora
Cercando libert;
Ma in agitar le penne
Gl'impacci suoi rinnova:
Pi di fuggir fa prova,
Pi prigionier si fa.
No, ch'io non bramo estinto
Il caro incendio antico;
Quando pi spesso il dico,
Meno bramar lo so.
Sai che un loquace istinto
Gli amanti ai detti sprona;
Ma fin che si ragiona
La fiamma non pass.
Biasma nel rio cimento
Di Marte ognor gli sdegni,
E ognor di Marte ai segni
Torna il guerrier cos.
Torna cos contento
Schiavo che usc di pena,
Per uso alla catena
Che detestava un d.
Parlo, ma ognor parlando
Di te parlar procuro;
Ma nuovo amor non curo,
Non so cambiar di f:
Parlo, ma poi dimando
Piet dei detti miei;
Parlo, ma sol tu sei
L'arbitra ognor di me.
Un cor non incostante
Un reo cos sincero
Ah l'amor tuo primiero
Ritorni a consolar.
Nel suo pentito amante
Almen la bella Nice
Un'alma ingannatrice
Sa che non pu trovar.
Se mi dai di pace un pegno,
Se mi rendi, o Nice, il cor.
Quanto gi cantai di sdegno
Ricantar vogl'io d'amor.
...
.
...
LA PARTENZA.
...
.
...
Ecco quel fiero istante:
Nice, mia Nice, addio.
Come vivr, ben mio,
Cos lontan da te?
Io vivr sempre in pene,
Io non avr pi bene;
E tu chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
Soffri che in traccia almeno
Di mia perduta pace
Venga il pensier seguace
Su l'orme del tuo pi.
Sempre nel tuo cammino,
Sempre m'avrai vicino;
E tu chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
Io fra remote sponde
Mesto volgendo i passi
Andr chiedendo ai sassi:
'La Ninfa mia dov'?'
Dall'una all'altra aurora
Te andr chiamando ognora;
E tu chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
Io rivedr sovente
Le amene piagge, o Nice,
Dove vivea felice
Quando vivea con te.
A me saran tormento
Cento memorie e cento;
E tu chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
'Ecco', dir, 'quel fonte
Dove avvamp di sdegno,
Ma poi di pace in pegno
La bella man mi di.
Qui si vivea di speme;
L si languiva insieme';
E tu chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
Quanti vedrai, giungendo
Al nuovo tuo soggiorno,
Quanti venirti intorno
A offrirti amore e f!
Oh Dio! chi sa, fra tanti
Teneri omaggi e pianti,
Oh Dio! chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
Pensa qual dolce strale,
Cara, mi lasci in seno:
Pensa che am Fileno
Senza sperar merc:
Pensa, mia vita, a questo
Barbaro addio funesto:
Pensa... Ah chi sa se mai
Ti sovverrai di me!
...
.
...
A NICE.
...
.
...
 forza, mio core,
Mio core infelice,
Scordarsi l'amore,
Scordarsi di Nice,
Di Nice che ingrata
Fin or ci trad.
S s, gi son desto,
Gi sciolto son io.
Addio, Nice, e questo
Sia l'ultimo addio:
Assai m'ingannasti,
Ti basti cos.
Si cerchi una nuova
Catena amorosa,
E se non si trova
Di te pi vezzosa,
Mi basta che sia
Men fiera di te.
Che provi quel nodo
Ch'io provo nel seno,
Che goda s'io godo,
Che peni s'io peno,
Che tutti divida
Gli affetti con me.
Eppur, nel mirarti
S dolce d'aspetto,
Sperai di trovarti
Capace d'affetto,
Modestia chiamai
Quel primo rigor.
Chi avrebbe pensato
Che in te si celasse
Il cor pi spietato
Che mai si trovasse
Ne' vasti confini
Del regno d'Amor?
...
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...
CANZONETTA PER UN BALLO.
...
.
...
CORO Il sol tramonta ormai;
Belle, a danzar correte:
Ma chi di noi, chi mai
La danza guider?
VILLANELLA Io, se vi piace, o belle
Compagne villanelle,
Io condurr la schiera:
Comincer primiera,
E del mio pi la traccia
Ogni altra seguir.
Ma, se danzar volete,
Siate ridenti e liete:
Chi sar mesta in faccia
Nemica mia sar.
CORO Chi non ha il cor contento
Fugga dal nostro coro:
E sola a suo talento
Sospiri in libert.
VILLANELLO Di un'allegria vivace
Non v' la pi perfetta
Universal ricetta
Per ogni infermit.
Mette i pensieri in pace,
Il mal trasforma in bene,
La giovent mantiene,
Conserva la belt.
CORO Chi non ha il cor contento
Fugga dal nostro coro:
E sola a suo talento
Sospiri in libert.
...
.
...
EPITALAMI.
...
.
...
Altri di Cadmo o dell'offeso Atride
Canti l'imprese e i bellici sudori;
Altri il valor del favoloso Alcide,
O di Gradivo i sanguinosi allori:
Io sol di due bell'alme oneste e fide
Il nodo canto e i fortunati ardori.
S'asconda Amor nella mia cetra, e dia
Sol concenti d'amor la musa mia.
Eccelsa donna, a cui fortuna e merto
Per l'umano sentier compagni sono,
Non isdegnar che l'amoroso serto,
Che intesso agli alti sposi, io t'offra in dono.
Forse che un d, reso lo stile esperto,
Canter le tue lodi in chiaro suono.
Or cortese m'ascolta, e soffri intanto
Che all'imprese sublimi avvezzi il canto.
Far come fanciul che in pria soletto
Tentar l'onda non osa, ancorch destra;
Poscia a lieve corteccia appoggia il petto
Ed al nuoto cos le membra addestra:
Quindi gl'insegna in pi sicuro aspetto
I pesci ad emular l'arte maestra;
Al fin lascia i sostegni in su le sponde,
E va per gioco a contrastar con l'onde.
Nel molle sen della felice terra
Cui bagna l'onda prsa e l'eritrea,
Ove senza sudor si pasce ed erra
L'avventurosa giovent sabea,
S'inalza un monte a cui non fa mai guerra
L'estivo raggio o la stagion pi rea;
Ma sempre ode fra' rami e intorno a' fiori
Lascivi susurrar Favonio e Clori.
L sorgono a vicenda in ogni lato
Le fruttifere palme, i cedri densi,
L'amomo, il nardo, il calamo odorato,
Le mirre amare, i lagrimosi incensi,
E quanti legni intorno al rogo amato,
Ove ringiovanir morendo pensi,
Suole adunar con provvido consiglio
L'augel che di se stesso  padre e figlio.
L sempre han verdi i tronchi i rami loro,
L mai ferro alle piante ombra non scema,
N in quelle falde mai giovenca o toro
Sotto giogo pesante avvien che gema;
N che, sudando nel servil lavoro,
Il mendco cultor l'aratro prema;
Ma vede senza rischio e senza affanno
L'ariste biondeggiar pi volte l'anno.
Nascon l varie frutta a un tronco unite.
N costa l'accoppiarle arte o pensiero:
Dall'olmo istesso e dall'istessa vite
Pende gemino grappo e biondo e nero.
E di quelle contrade al Ciel gradite
Autunno e primavera il dolce impero
Contendono fra lor; talch per tutto
Non spunta fior, che non maturi il frutto.
Su la cima del monte un pian rotondo
Di piante ombroso si dilata in giro,
Sovra di cui quanto racchiude il mondo
Di vaghezza e piacer le stelle uniro.
Qui vedi un antro, ivi un ruscel giocondo
Nutrir dell'erbe il natural zaffiro,
E vagar pascolando a schiere a schiere
Dipinti augelli e mansuete fere.
Tai non fur delle Esperidi i famosi
Orti di cui tant'alto il grido ascese,
N quei che sovra i muri bellicosi
Il fasto assiro a fabbricarsi intese:
E men grati di questi i bei riposi
Degli Elisi trov, quando vi scese
Il padre a riveder dal ciel lontano
Con la donna di Cuma il pio Troiano.
Non sai se l'arte o il caso abbia fornita
Cos bell'opra, o siano entrambi a parte;
Perocch l'arte  tal che il caso imta,
E 'l caso  tal che rassomiglia all'arte.
E questo a quella, e quella a questo unita,
Quanto pu, quanto sa mesce e comparte:
Un la materia al bel lavor dispose,
L'altra meglio adornolla, e poi s'ascose.
Ma del bel monte in su l'estrema altura
Non giunge mortal piede e non soggiorna;
E se dal basso mai salir proccura,
Donde in van dipartissi in van ritorna:
Perch quella selvosa ampla pianura,
Che le sue falde in vasto giro adorna,
Cos l'obblique vie co' tronchi intrica,
Che chi prima v'entr n'esce a fatica.
Tal, mi cred'io, l nel cretense lido,
Ove Pasife ardeo di folli brame,
Il torto calle e il periglioso nido
Esser dovea del Minotauro infame;
Da cui campando a sorte il Greco infido
Per opra sol del fortunato stame
Rese a chi l'addestr nel gran cimento
Per merc della vita un tradimento.
Quivi, lontan dal timido consorte,
In s rimota parte e s nascosa,
Spesso a giacer ritorna il dio pi forte
Colla dea pi lasciva e pi vezzosa.
E mentre fra le placide ritorte
Prigionier fortunato egli riposa,
Tace l'ira e 'l furor, dormon gli sdegni,
E stanno in pace e le province e i regni.
Bello  il veder, qualor deposto il peso
Della lorica sanguinosa e dura
Marte colla sua dea giace disteso
Tra' fioretti del prato e la verdura,
Degli Amorini il folto stuolo, inteso
A' molli scherzi in fanciullesca cura,
Volare a groppi, e in mille guise e mille
Vibrar saette e suscitar faville.
Uno, deposto la faretra e l'arco,
Il grand'elmo adattar proccura in testa;
Ma sotto il grave inusitato incarco
Mezzo nascosto e quasi oppresso resta.
Chi passa dell'usbergo il doppio varco,
E chi sopra vi sale e lo calpesta;
Chi tragge l'asta, e chi sul tergo ignudo
Tenta inalzar lo smisurato scudo.
Altri la ruota che gli cadde al piede
Della conca materna adatta all'asse,
N il semplice pu mai, perch non vede,
Trovar via di riporla onde la trasse.
Questi al german, che su l'erbosa sede
Dorme, a troncar le piume intento stasse;
Quegli, mentre alle labbra il dito pone,
Che taccia a un altro, e che nol desti, impone.
Qual d'un alloro in su la cima ascende
Degli augelli a spiar la sede ignota,
Qual librato su l'ali in aria pende,
Qual va nel fonte a inumidir la gota;
Chi l'arco acconcia e chi la face accende,
Chi aguzza il dardo alla volubil ruota;
Altri corre, altri giace, altri s'aggira,
E chi piange e chi ride e chi s'adira.
Cos col sovra l'iblea pendice
Errano intorno alle cortecce amate,
Spogliando de' suoi pregi il suol felice,
L'industri pecchie alla novella estate.
Questa dal fior soave succo elce,
Quella compon le fabbriche odorate;
Van susurrando, e mille volte al giorno
Alla cerea magion fanno ritorno.
Fra gli altri un d, mentre riposa in pace
Presso alla dolce amica il dio guerriero,
Fura il brando, lo snuda, e troppo audace
Sel reca in spalla un pargoletto arciero;
E, movendo pi tardo il pi fugace
Sotto il peso per lui poco leggiero,
Io non so come, al genitor vicino,
Inciampando nel suol, cadde supino.
E cadendo, l'acciaro infausto e rio
Al fiero nume il manco pi percosse,
E 'l punse s che il caldo sangue usco
In varie stille a far l'erbette rosse.
Grid Marte sdegnato e i lumi aprio,
Ed al suo grido Citerea si scosse.
Volle alla fuga Amore aprir le penne,
Ma la madre il raggiunse e lo trattenne.
Ei per fuggir si scuote e si dibatte.
Ma quella prima il di lui fallo apprese,
Poi con sferza di rose il vivo latte
Delle sue membra in cento parti offese.
Ei si discolpa; ella pi fiera il batte,
N son le scuse e le querele intese.
Stanca al fin l'abbandona; ed ei sdegnato
Va, mordendosi il dito, in altro lato.
E per l'onda giur del pigro fiume
Far delle sue percosse alta vendetta.
Pensa intanto partirsi il fiero nume,
Ch 'l suo Trace inquieto ormai l'aspetta;
Il Trace che con barbaro costume,
Fra i cibi ancor di grata mensa eletta,
I vasi che al piacer Lieo prescrisse
Ministri fa delle sanguigne risse.
Onde s'alza dal prato e si ripone
L'armi funeste agli altrui danni pronte:
E son, mentr'ei s'adatta e ricompone,
Ancelle al suo vestir le Stragi e l'Onte.
Crollano allor le barbare corone
A' purpurei tiranni in su la fronte,
E s torbida luce in lui balena,
Che Citerea pu rimirarlo appena.
Come talora il libico serpente,
Forse dagli anni affaticato e lasso,
Suole, al tornar della stagione ardente,
La vecchiezza spogliar fra sasso e sasso;
Indi il tergo squamoso e rilucente
Ravvolge al sole in tortuoso passo;
Vibra tre lingue, e a' velenosi fiati
Aduggia i fiori, inaridisce i prati:
Tal sembra allor che parte e si divide
Da lei, per cui men ci tormenta e nuoce;
Ed, obliato ogni piacer, s'asside
Nella ferrea quadriga il dio feroce.
S'incurva l'asse al grave pondo, e stride;
Si fa l'aria sanguigna al guardo atroce;
Escono i venti, e gi coperto appare
Di nembi il cielo e di procelle il mare.
Va la Discordia innanzi e i nodi spezza
D'amor, di pace, e agevola i sentieri
Al Furor che perigli unqua non prezza,
All'Empiet da' livid'occhi e neri.
Presso a costor vien la Vendetta, avvezza
A scuoter regni, a soggiogare imperi;
La Crudelt la siegue, il Tradimento,
Il Terror, la Ruina e lo Spavento.
V' la superba Ambizion fumante
Che, pregna di se stessa, ogni altro oblia;
V' l'Invidia che, magra e palpitante,
Pi l'altrui mal che 'l proprio ben desia;
V' la pallida Morte, e a lui davante
Ruota la falce sanguinosa e ria;
E la Fame e la Peste a un carro istesso,
Orrida compagnia! gli vanno appresso.
Parte Gradivo, e occultamente il figlio
Va seco, ancor di rabbia il sen trafitto.
Quei la triplice Arabia e 'l mar vermiglio
Si lascia a tergo ed il fecondo Egitto.
Ma non so con qual arte o qual consiglio
Amore il devi dal cammin dritto,
Ch, mentre in ver la Tracia il corso muove,
Senza ch'ei se n'avvegga il mena altrove.
Gira a sinistra, e per l'ondoso regno
Passa di Libia il procelloso flutto;
Poi per angusto varco il nido indegno
Trascorre de' Ciclopi a piede asciutto:
L'angusto varco ove in eterno sdegno
Latra Scilla dal corpo informe e brutto;
E, qual dardo veloce, al fin perviene
Del bel Sebto alle felici arene.
Quivi Amor lo precorre; e in quelle sponde
Ratto sen vola a una regal donzella;
Colla face e co' dardi in lei s'asconde,
E le vendette sue confida a quella.
A lei sen va, perch non spera altronde
Pi sicure scoccar le sue quadrella;
E sa che, sebben ella amor disprezza,
 per lung'uso a innamorare avvezza.
Anna  costei di tanto onor ripiena,
Frutto gentil di generosa pianta,
Di cui superba la real sirena,
Pi che d'ogni altra figlia, oggi si vanta.
Se in giro in liete danze il passo mena,
Se tace o ride, e se favella o canta,
Porta in ogni suo moto Amore accolto,
Pallade in seno, e Citerea nel volto.
Vicino al lato suo siedono al paro
Con la dolce consorte il genitore,
Coppia gentil d'illustre sangue e chiaro,
Vivi esempli di senno e di valore;
Alme che prima in Ciel si vagheggiaro,
E poi quaggi le ricongiunse Amore:
E dier tal frutto, che non vede il sole
Pi nobil pianta e pi leggiadra prole.
Stava la bella donna intenta allora
Su le carte a snodar musici accenti,
Ed alla voce or tremula or sonora
Tacean su l'ali innamorati i venti.
Men soave di lei si lagna e plora
La mesta Filomena ai d ridenti,
Qualor va solitaria in balza aprica
La dolce a rinnovar querela antica.
La voce, pria nel molle petto accolta,
Con maestra ragion spigne o sospende.
Ora in rapide fughe e in groppi avvolta
Velocissimamente in alto ascende;
Ora in placido corso e pi disciolta
Soavissimamente in gi discende;
I momenti misura, annoda e parte,
E talor sembra fallo, ed  tutt'arte.
Se cos rasciug su gli occhi il pianto
Al re di Giuda il giovanetto ebreo,
Se i regni dell'orror con tale incanto
Impietos l'innamorato Orfeo,
Non fia stupore. Il Ciel parte del vanto
Mi dia che solo in questa unir poteo,
E a Dite anch'io n'andr senza paura,
O pur di Tebe a rinnovar le mura.
Qui posa Amore, e nel soave e tardo
Moto degli occhi suoi le piume assetta:
Tien curvo l'arco ed incoccato il dardo,
Com'uom che a nuocer luogo e tempo aspetta.
Passa Marte frattanto, e volge il guardo:
Sprigiona allora Amor la sua saetta,
E va ratta cos la canna ardita,
Che quasi pria del colpo  la ferita.
Quando le chiome e il delicato viso
Marte mir della donzella altera,
Gli fu veder la bella diva avviso
Che in Cipro, in Pafo e in Amatunta impera.
Tal sembra agli occhi, e tal somiglia al riso,
Tal era agli atti, al favellar tal era:
Com'ella ha di rossor la gota aspersa,
Se non quanto onest la fa diversa.
Stupido il fiero dio l'asta abbandona,
L'asta crudel dell'altrui sangue ingorda;
Di sdegno e di furor pi non ragiona;
Il ciel, le stelle e Citerea si scorda.
Non fra le stragi il fier desio lo sprona,
Non lo Scita o il Biston pi si ricorda;
Ma, ponendo in non cale i suoi trofei,
In lei si specchia, e si vagheggia in lei.
Tigre cos nella natia contrada
Stringe in mezzo allo sdegno al corso il freno,
Il cristallo a mirar che in su la strada
Lasci lo scaltro cacciatore armeno;
Gli vaneggia d'intorno, e pi non bada,
Ebbra di quell'insolito baleno:
Intanto il cacciator la fuga affretta,
Ed i figli le invola e la vendetta.
Ma gi la Fama, orrendo mostro indegno
Cui dopo la crudel pugna titana
La Terra gener calda di sdegno,
D'Encelado e di Ceo minor germana,
Sen va garrula e lieve in ogni regno;
N v' parte per lei che sia lontana:
Timida sorge, e poi superba cresce,
Ed il falso col ver confonde e mesce.
Dall'aureo Gange alla tirintia foce,
O per la notte o pel diurno lume
Vola sempre pi rapida e veloce,
N mai chiuder le luci ha per costume.
Suona per cento bocche a lei la voce,
E tanti gli occhi son quante le piume:
Sta l'opre altrui sempre a spiare intenta,
E gli alti regi e le citt spaventa.
Alla madre d'Amor costei sen vola,
E di Marte le narra i nuovi ardori;
E manda, mentre parla, ogni parola
Rotta e confusa dal suo labbro fuori.
Non si ferma con lei, ma mesta e sola
La lascia co' gelosi suoi furori.
Sol che infido  il suo nume ella comprese,
Ma non sa dov'ei sia, n chi l'accese.
Tutta di rabbia ella avvampossi ed arse,
Ch tanto oltraggio tollerar non puote.
Non sa per far vendetta ove voltarse;
Amore e sdegno il dubbio cor le scuote.
Il crespo oro del crin stracciossi e sparse,
E lacer le amorosette gote:
Tant'ira pu destar, tanto veleno
La gelosia fin d'una diva in seno!
Furia crudel, che fra gli altrui diletti
Invida nasci e ogni piacer ne furi,
E spargendo di gelo i caldi affetti
Le dolcezze d'amor turbi ed oscuri,
Qual pace aver potran gli umani petti
Se anco i numi da te son mal sicuri?
O dal tuo regno, Amor, scaccia costei,
O lascia di ferir uomini e di.
Sale sul carro suo la dea gelosa,
E fa spiegar delle colombe il volo.
Va con incerto corso e mai non posa,
Or vicino alle stelle or presso al suolo.
L dove sorge il sol, dove riposa,
Le sfere tutte e l'uno e l'altro polo
Pi volte raggir di lido in lido
Per l'orme ritrovar del nume infido.
Non arde pi come soave ardea
Il bel seren delle amorose ciglia,
N sa regger la man come solea
I bianchi augei colla rosata briglia.
Forse cos dalla montagna etnea
Cerere and per ritrovar la figlia,
Che tratta avea nelle tartaree grotte
L'acceso re della profonda notte.
Gir lung'ora e si ravvolse in vano,
N l'amante infedel giammai rinvenne.
Gi con moto vedea pi tardo e piano
Le colombe alternar le stanche penne;
Quando, portata dallo sdegno insano,
Su l'Istro a caso a trapassar ne venne:
Qui volge al suol le irate luci, e vede
L'alta citt che dell'impero  sede.
L'alta citt dove risplende in trono,
Cinto di gloria, il fortunato Augusto,
Al cui valore, a' cui trionfi sono
La terra e l'Ocen termine angusto;
Che fa tremar di sue minacce al suono
L'orientale usurpatore ingiusto:
Cui fin del mondo in su le rive estreme
Lo Scita e l'Africano adora e teme.
Rimira in essa un giovanetto ardito
Lieto posar di bella donna al fianco.
Ha la fronte di ferro e 'l sen vestito,
E gli pende l'acciar dal lato manco.
Marte il crede la diva, onde in quel lito
Degli alati corsieri il vol gi stanco
Rapidamente inverso il suol declina:
E per meglio veder se gli avvicina.
Va lor dappresso, e nella coppia bella
Altro trova la dea da quel che vuole;
Che Antonio  questi e Marianna  quella,
De' Pignatelli eroi gemina prole.
Ei di nobile ardir fiammeggia, ed ella
Ha negli occhi divisi i rai del sole;
Ed hanno di bellezza e di valore,
In pregio diseguale, eguale onore.
Ei mostra ancor nel mezzo alla fierezza
Un non so che di placido e gentile;
Ella unisce alla tenera bellezza
Lo spirito magnanimo e virile:
Questi ogni rischio, ogni periglio sprezza;
Quella i dardi d'Amor si prende a vile;
E l'un dall'altro con illustre gara
Ad imitarsi, a superarsi impara.
Volgendo al bel garzon gli sguardi sui,
Pi non sente la dea gelose pene:
L'onte cancella ed i disprezzi altrui
Colle dolci del cor nuove catene.
Gi sel vagheggia amante, e presso a lui,
Ove sdegno la trasse, amor la tiene.
Amor, che pu nell'agitato petto
Uno in altro cangiar contrario affetto.
Ma quando il volto angelico e modesto
Scorge dell'eroina e la bell'alma,
Sente un invido stimolo e molesto
Che al placido pensier turba la calma.
Se guata quella o si rivolge a questo,
Uno le invola il cor, l'altra la palma;
E ondeggia come suol frondoso pino
Fra Noto ed Aquilon sul giogo alpino.
Intanto Amor, che le percosse e i scherni
Altamente riposti in petto serba
N vuol ch'altri corregga e che governi
Quella sua mente indomita e superba,
Qui raggiunta l'avea su i vanni eterni.
Or seguitando la vendetta acerba,
Torna a Marte e si svela, e all'improvviso
Che infida  Citerea gli reca avviso.
Se bene il dio guerriero in altro laccio
Il feroce pensiero annoda e stringe,
Al nativo furor tornando in braccio
S'infiamma d'ira e di rossor si tinge.
Sdegnoso ardor, pi che geloso ghiaccio,
I nuovi oltraggi a vendicar lo spinge,
N vuol quell'alma, a tollerar poc'usa,
Ch'altri venga a goder ci ch'ei ricusa.
Qual cadendo talor dalla montagna
Turgido fiume pe' disciolti umori
Schianta le selve, e trae per la campagna
Le capanne, gli armenti ed i pastori:
Tal, poich appien dell'infedel compagna
Comprende il fero nume i nuovi ardori,
Verso di lei rivolge il corso, e lassa
Alti segni d'orror dovunque passa.
D'un ciglio al raggirar (s ratto ei corse)
Dall'umile Sebto all'Istro giunge.
Ma Citerea del suo venir s'accorse,
E la sua rabbia argoment da lunge.
Fu di fuggir, fu di celarsi in forse:
Teme che, se il crudele or la raggiunge,
Incontro a quel furor resistan poco
Le sue lusinghe e l'amoroso foco.
Ma perch s vicine ha le procelle,
N alla salvezza sua vede altre strade,
Bagna di pianto le amorose stelle
Come necessit le persuade.
Si fan le luci a quell'umor pi belle,
Che rigandole il volto al sen le cade;
E sembra in Troia la fedel consorte
Quando d'Ettore suo pianse la morte.
Quanto in due molli e languidetti rai
Senta pi vivi un cor gl'incendi suoi,
In vece mia, se lo provaste mai,
Fidi servi d'Amor, ditelo voi.
Io nol potrei ridir, che non mirai
Qualor piangesti, o Fille, i lumi tuoi.
Di crudelt, non di fermezza ha vanto
Chi pu durar della sua donna al pianto.
Cos sparsa le chiome, umida il volto,
Tutte dell'arti sue le forze unisce,
E a lui, che tanto sdegno ha in sen raccolto,
Inerme e sola avvicinarsi ardisce.
Oh spettacolo illustre, a cui rivolto
Lo stesso Amor ne gode e ne stupisce,
Ove a pugnar fra loro in campo armate
Vengono la fierezza e la pietate!
'Cos, crudel,' comincia, e poi lasciava
Uscir fra le parole un sospiretto,
'Cos torni, o crudele?' indi spezzava
Co' singulti la voce in mezzo al petto.
'Questa dunque  la fede?' e intanto lava
Di pianto il mobil seno e tumidetto.
'Ch non torni a colei che t'innamora?
Che! qui ne vieni ad insultarmi ancora?
Il so, di nuovo stral l'alma ferita
Lascia gli antichi affetti in abbandono:
Io la speranza tua, n la tua vita,
N pi tuo ben, n Citerea pi sono.
Cos dunque restar dovr schernita
Chi s ti diede e la sua fama in dono?
Questo prezzo, crudel, questa mercede
Rendi, barbaro nume, a tanta fede?
Gi scordasti quel d che, in furto colta,
Teco fra molli piume e senza velo
Fui, sol per te, d'infami lacci avvolta,
Spettacolo di riso a tutto il Cielo?
Sudai le arene a fecondare, oh stolta!
Ed a' raggi del sol commisi il gelo,
Allor che nel tuo petto ebbi speranza
Trovar premio di fede e di costanza.'
'Qual fede', ei le risponde, 'e qual ragione,
Dimmi, perfida, mai serbasti intera?
Qual legge in te non manca o si scompone,
Anima ingannatrice e menzognera?
Riedi, riedi a scherzar col caro Adone
Su per gli orti di Pafo e di Citera;
Torna, torna a legarti in nuove guise
In riva al Zanto al tuo diletto Anchise.
Da che le tue lusinghe a me fur care,
Io pi Marte non fui qual era in pria:
T'accolse il cielo e ti produsse il mare
Per mio tormento e per vergogna mia.
Languiscono per te mill'alme chiare,
E 'l sentiero d'onor per te s'oblia:
Ma, gi che ho frante ormai le tue saette,
Io far colle altrui le mie vendette.'
'S,' ripiglia la diva, 'in queste vene
Vibra il ferro, e se puote ancor m'uccida:
Sprezzami quanto sai, crescimi pene,
Strappami il cor, ma non chiamarmi infida.'
Qui la rissa crudel non si trattiene
Ma crescono ad ogn'or l'onte e le strida:
Ei con gli sdegni i nuovi sdegni irrta,
Ella piangendo il suo periglio evta.
Cos, qualor dalla prigion nativa
Esce Aquilon per le campagne, e freme,
E l'alto pin delle sue spoglie priva,
E trae cogli augelletti i nidi insieme,
Sta il molle giunco in la palustre riva
Ed a tanto furor punto non teme:
Or quindi si ripiega, or quinci pende,
E cedendo resiste e si difende.
Ma s gli sdegni ormai crescendo vanno,
E soffre Citerea s gravi offese,
Che Amor, che n' cagione, a tanto affanno
(Moto insolito a lui) pietate intese:
Teme vicin della sua madre il danno;
Pentesi che da prima ei nol comprese;
Corre alle stelle, e contro al dio temuto
Tutti i numi del ciel chiama in aiuto.
A s grand'uopo allor dall'alte sfere
Fin l'antico Saturno il passo muove:
E col dio che de' numi  messaggiere
Scendon Bacco ed Apollo, Ercole e Giove.
V'accorron tutti, e sol fra quelle schiere
Vulcan non fu, che ritrovossi altrove:
V'andaro ancor, n in Ciel rimase alcuno,
Cintia, Pallade, Rea, Cerere e Giuno.
Altri a compor gli sconcertati affetti
Del furibondo dio s'affanna e stenta,
Ed altri a consolar con molli detti
Citerea che s'affligge e si lamenta.
Intanto Amor negli adirati petti
Si studia a risvegliar la fiamma spenta.
A poco a poco gi l'ira si stanca,
E su gli occhi a Ciprigna il pianto manca.
S possenti d'Amor gl'incendi fro,
Che cessa l'odio all'amorosa face;
E gi fra s desia ciascun di loro
Che venga l'altro a domandargli pace:
Quando sorgendo fra 'l celeste coro
Il pi facondo nume e pi sagace,
Ambo in volto guatolli, e poi sorrise;
Indi in tai detti a favellar si mise.
'A che pro, numi eccelsi, in tante risse
Turbar delle vostr'alme il bel riposo?
Quell'union che 'l Ciel fra voi prescrisse
In van tenta spezzar sdegno geloso.
Per voi giran le stelle erranti e fisse,
Per voi ridono i prati e il mare ondoso;
E, qualora  fra voi discordia o guerra,
Perde il suo corso il ciel, langue la terra.
Se tu senza di lui, Venere, ardesti,
Fu il mondo allora effemminato e molle;
E tu senza di lei, Marte, facesti
Su i larghi campi inaridir le zolle;
Per ci il rettor degli ordini celesti
Con saggia cura accompagnar vi volle;
V'unio per man d'Amor, ma con tal legge
Che l'eccesso dell'un l'altro corregge.
Ah cessin l'ire, e quel piacer godete
Che amando riamato un cor ritrova.
Non han gli uomini o i numi ore pi liete,
E tu, Venere bella, il sai per prova.
Gi rei d'egual delitto entrambo siete,
E la colpa dell'uno all'altro giova:
Se pur  colpa all'alme innamorate
Vagheggiar per ischerzo altra beltate.
Purch il mio cor col faccia dimora
Dove loc de' propri affetti il soglio,
Non se altra vado a rimirar talora
Per ci di nuovo innamorar mi soglio.
Se cieco ha da restar chi s'innamora,
S dura legge io non intendo: e voglio
Senza taccia d'infamia e tradimento
Mirar ci che m'aggrada a mio talento.'
Riser gli amanti; e gli altri numi intorno
Gli fero applauso e l'approvar col ciglio;
E dal suo regno Amor fin da quel giorno
Il Sospetto mandar volle in esiglio,
Con legge tal che, se taluno a scorno
Del suo poter seguiva altro consiglio,
In pena dell'error giammai non abbia
Libero il cor dalla gelosa rabbia.
Ma Citerea, che gi d'amor sfavilla,
Al nunzio degli di gli occhi converse;
Prima per dell'umida pupilla
Colla candida palma il pianto terse;
Poi disse: 'Torner l'alma tranquilla
Le fiamme a radunar ch'eran disperse,
Purch Marte, lasciando il genio antico,
Al creduto rival non sia nemico.
Io so quanto i sospetti abbian di forza
Nel fero cor del bellicoso dio,
E quel misero il sa che dalla scorza
Dell'infelice Mirra al giorno usco.
Pur, s'ei nel sen l'ire novelle ammorza,
Mi scorder l'antiche offese anch'io;
Bench dovrei, provato il mar fallace,
Fuggirlo ancor quando m'alletta e piace.'
Gi Marte alla risposta erasi mosso,
Quando il padre de' numi e delle cose,
Dell'alto ciglio onde l'Empiro  scosso
A un lento raggirar silenzio impose.
Poi: 'Vo,' lor dice, 'ogni livor rimosso,
Che s'acchetino in voi l'ire gelose
Per Anna e per Antonio, e che del pari
A Marte ed a Ciprigna ambo sien cari.
Tu lieto, Amore, ad annodar ten vola
La bella donna al giovanetto ibero:
Tu d'amaraco cinto e di viola
Siegui, Imeneo, del Fato il sommo impero.
Fate voi di quell'alme un'alma sola,
Un sol cor di due cori, un sol pensiero;
Lo stesso ardor destate in ambedui,
Talch quegli in lei viva ed ella in lui.
Cos se alcun di voi, numi gelosi,
Unqua avverr che a vendicarsi intenda,
Non potr disturbare i lor riposi
Senza ch'entrambi in un sol colpo offenda.
Cos del mio voler gli arcani ascosi
Vo' che l'Italia in s gran giorno apprenda:
E che ritorni il generoso seme
Sul bel Sebto a rinverdir la speme.'
Disse; e gli di che tal novella udiro
In liete voci il lor piacer mostrorno;
E Gradivo e la dea del terzo giro
D'osservar l'alte leggi insiem giurorno.
Quindi contenta allo stellato Empiro
La famiglia immortal fece ritorno:
Solo Imeneo non rivol l sopra,
Ma n'and con Amor compagno all'opra.
Col, dove Mala l'onda rincalza,
Tenaro ancora in ver le stelle poggia,
Tenaro altier che tanto il giogo innalza
Che quasi alla sua cima il ciel s'appoggia,
E vede sotto alla scoscesa balza
Girar le nubi e dileguarsi in pioggia:
Di scogli  cinto, onde lontan dal lito
Passa il nocchiero e lo dimostra a dito:
Nude ha le cime ed  selvoso al basso,
E fra l'ombre funeste apre in un canto
Cinto di dumi il rovinoso sasso
Orrida strada alla citt del pianto.
Fama  che quindi introducesse il passo
Alcide a riportar l'ultimo vanto,
Allor che dalle sponde al sol rubelle
Cerbero trasse ad ammirar le stelle.
Dell'antro oscuro all'ampie fauci appresso
Per non trito sentier s'avvalla un bosco,
Cos d'antiche piante opaco e spesso
Che v'entra il d, ma sempre incerto e fosco,
Talch sguardo non uso, al primo ingresso
Ne diverrebbe annubilato e losco;
In quel tacito orror chiusa si vede
La solinga del Sonno amica sede.
I papaveri al crin, l'ali alle terga
Ha il pigro nume, e al pi doppio coturno.
Raro si desta; e regge in man la verga
Di sonnifero aspersa oblio notturno.
Dormongli l'aure intorno, e non alberga
Nella tacita stanza augel diurno;
Ma sol fanno i lor nidi entro a quei tufi
Civette, vispistrelli, upupe e gufi.
Ivi fra gli olmi opachi e gli alti pioppi,
Fra mandragore fredde ed elci nere
Volan miste de' Sogni in vari groppi
Cento larve fantastiche e leggiere.
Vi son con membra informi e volti doppi
I centauri, le sfingi e le chimere,
E quante forme nella notte oscura
Il nostro immaginar guasta e figura.
Col con Imeneo l'ali converse
L'almo figliuol dell'amorosa dea,
E giunto, il dio chiam che posa, asperse
D'oblio le luci, in grembo a Pasitea.
Destossi al grido il Sonno, il ciglio aperse,
Alz la fronte, e favellar volea;
Quando, aprendo le labbra, i lumi chiuse,
Di nuovo addormentossi, e lor deluse.
Allora Amor, che tollerar non suole,
E l'indugiar col troppo gli pesa
Perch di Giove adora il cenno e vuole
Condurre a fin l'incominciata impresa,
Non attende dal nume altre parole;
Oltre sen va, n gli  la via contesa;
Un Sogno sceglie infra le turbe, e poi
Volge all'Istro con esso i vanni suoi.
Va seco il Sogno, e alla grand'opra aspira:
Ma pria d'Anna per la forma piglia,
E si cambia cos che ancor l'ammira
Amor che glie lo impone e gliel consiglia.
Com'ella, il passo muove, il guardo gira,
E dal capo alle piante a lei somiglia,
E non altro fra lor v' di distinto,
Se non che l'una  vera e l'altro  finto.
Gi ritornava alle cimmerie grotte
La nemica del giorno a far dimora,
E gi le nubi dissipate e rotte
Fuggian dinanzi alla nascente aurora;
E sul confin del giorno e della notte
Dubbia era l'aria in occidente ancora;
E si vedea, deposto il nero velo,
Di poche stelle illuminato il cielo;
Quando ad Antonio in grave sonno immerso
Amore ed Imeneo col Sogno apparve;
Ond'ei stupido resta e, a lor converso,
Pi che donna, mirar diva gli parve;
E trasse il cor, di nuova gioia asperso,
Verace ardor dalle mentite larve.
Amor, poich l'incendio appreso scorge,
Novella con tai detti esca gli porge:
'Se forse acceso allo splendor sereno
Brami saper chi sia la donna bella:
Nacque in riva al Sebto; ancor nel seno
Partenope l'accoglie; Anna s'appella.
Sorgi, vanne ed ardisci, e cerca almeno
Da questa sponda avvicinarti a quella:
Sorte non manca ove virt s'annida;
E bell'ardire alle grand'opre  guida.'
Cos gli stringe al cor dolce catena,
Mentre il nome di lei gli apre e rivela.
Ma, terminati i brevi detti appena,
Il Sonno si dilegua, Amor si cela.
Cos fuggon gli oggetti in lieta scena
Allo sparir della fugace tela;
Cos forse a Cartago in lieto ciglio
Venere apparve e s'invol dal figlio.
Ripieno il cor della gentil sembianza,
Dall'alto sonno il cavalier si desta,
E sol fra s per la solinga stanza
Gir lung'ora in quella parte e in questa.
Quindi il caldo desio tanto s'avanza,
Che le spoglie s'adatta, e l non resta,
Ma col favor della diurna luce
Al Sebto s'indrizza; e Amor gli  duce.
Eccolo in riva al desiato fiume,
Che, giunto appresso agli amorosi rai,
Trova il nobil sembiante e il bel costume
Di quel che immagin, pi vago assai.
Oh come lieto in su le varie piume
Per cos chiare prede Amor ten vai!
Se la tua fiamma  cos dolce e pura,
Ben  folle colui che amar non cura.
Ecco che stringe il fortunato laccio
Del buon padre Lieo l'accesa prole;
Ecco la sposa, e al fido amante in braccio
Venere istessa accompagnar la vuole.
Veggo i numi, scordato ogni altro impaccio,
Menar d'intorno a lor liete carole;
Scorgo le pompe, odo gli applausi, e sento
Anna ed Antonio in cento bocche e cento.
Vivi, coppia felice, e illustri inganni
Tessi al tempo volubile e fugace;
N mai nel vostro cor cinto d'affanni
Entri mesto pensier, cura mordace.
Faccian l'alme qua gi molti e molti anni
Dolce il cambio fra lor d'amore e pace;
E quando il Ciel le chiami ad altra sorte,
Gloria le involi alla seconda morte.
Antonio col valore e co' consigli
Congiunga i modi placidi e soavi,
E a nostro pro di generosi figli
La bella donna il nobil seno aggravi.
Quindi la prole al genitor somigli,
Come gi gli avi assomigliaro agli avi:
E il chiaro suon de' loro illustri gesti
Dall'antico letargo Italia desti.
Sorga l'eccelso pino a paragone
Dell'alte nubi, e adombri ogni confine,
N mai d'Austro sdegnato o d'Aquilone
Le procelle paventi o le pruine;
Ma gravi, sempre verde in sua stagione,
Di frutti e fiori il suo frondoso crine,
E lieti l, d'ogni timor divisi,
Cantino i cigni alla bell'ombra assisi.
...
.
...
Epitalami 2.
...
.
...
Su le floride sponde
Del placido Sebto
Che taciturno e cheto,
Quanto ricco d'onor, povero d'onde,
A Partenope bella il fianco bagna,
Partenope felice,
E di cigni e d'eroi madre e nutrice;
Stanca di tante prede,
Di Citerea la pargoletta prole,
Fermando un giorno il piede,
Ripiegando le penne
A riposar si venne.
Premea col destro lato
Il molle erboso letto;
Della grave faretra
Scarchi gli omeri avea:
E d'origliero in vece
Posa sovra di quella
La guancia tenerella:
Fa colla destra palma
Scudo alle luci, affinch i rai del giorno
Al pigro umido sonno
Non turbino il soggiorno
Stende il sinistro braccio
Languidetto e cadente
Sul margine odoroso, e all'arco aurato
Le pieghevoli dita avvolge intorno;
Quasi tema che fuori
Della vicina selva
Qualche ninfa lasciva,
Qualche satiro audace
Esca, mentr'egli dorme, e gliel'involi.
Cos riposa Amore: e a lui d'intorno,
Come destar non voglia,
Non scuote o ramo o foglia
La timidetta e grata
Auretta innamorata;
Di guizzar non ardisce
Fuor del soggiorno algoso
Il pesce timoroso.
Il fiume, il fiume istesso
Che gli scorrea dappresso,
A rimirarlo intento,
Pi placido e pi lento
Porta l'onda tranquilla a Teti in seno,
Se non quanto accompagna
Con basso mormorio
Il dolce de' suoi lumi amico oblio.
Quando dal manco lato
Sovra cocchio dorato
Un giovinetto eroe,
Germe di semidei, dell'alma e chiara
Stirpe Filomarina alto rampollo,
Per ricrear gli affaticati spirti
Da' noiosi pensieri,
Dagli studi severi,
A vagheggiar ne viene
Del nativo Tirren le spiagge amene.
Dalla spaziosa fronte
Inanellato e biondo
Su gli omeri si spande
Tutto di bianca polve asperso il crine.
Fan le nevi del volto
Ingiuria al sottil velo
Che attorce intorno alla ritonda gola
Sovra i candidi lini,
Delle tenere membra intime spoglie,
Del Batavo gelato opra e lavoro.
Scende sino al ginocchio
Ricca e succinta veste
Che si stringe sul fianco,
Poi sotto il petto si congiunge e lega.
Si distingue e compone
Di seta e d'oro il variato drappo;
E l'istessa natura
Par che stupida ammiri
L'arte del Gallo industre; e non sa come
Il filato metallo,
De' pieghevoli stami
Fatt'emulo e compagno,
Fra l'intricata fila
Siegua l'error dell'ingegnosa spola.
Leggiadra sopravvesta
Che di poca lunghezza all'altra avanza,
Cui ministr le molli lane il Tago,
Spiega sovra di quella
Il purpureo colore,
Pi sanguigno e vivace
Del murice che infranto
Al can di Tiro imporpor le labbra
Pi lucido e ridente
Di quel che usco dal pi di Citerea
Vermiglio sangue a colorar la rosa.
Tutto ci che ricopre
La gamba, il piede, o l'altre membra adorna,
 pellegrino e raro
Di materia e lavoro, e con tal arte,
Che 'l suo regal sembiante
De' discordi colori
La concorde armonia rende pi vago.
Tal ne vena su la dorata biga
Il garzon generoso.
I fervidi destrieri
Scuotendo il folto crine,
Mordendo impazienti
Del duro acciaro il necessario impaccio,
Fan biancheggiar di calda spuma il freno.
S'alza la mossa polve, e sotto il peso
Delle lubriche ruote
Susurra oppressa la minuta arena.
Lo strepito improvviso
Scosse dal sonno il pargoletto nume
Che sul cubito destro alzossi, e terse
Colla tenera palma
Tre volte e quattro i sonnacchiosi lumi:
Indi, col rivolto
Donde a lui ne vena l'incerto suono,
Del giovanetto illustre
Scorge ed ammira il maestoso volto;
E desioso e vago
Di farlo ancor sua preda,
In pi si drizza, e sceglie
Dalla prona faretra
Il pi librato e pi pungente strale:
Indi l'arco raccoglie, e pronto adatta
Sul teso nervo la pennuta cocca,
E al segno destinato il dardo invia.
Stride l'aria divisa
Dalla rapida canna,
Che giunta appena ove segnolla il guardo,
Senza colpo o ferita al suol trabocca.
Amor cruccioso allora,
Per emendar del primo error lo scherno
Con pi vigore affretta
La seconda saetta;
Ma con fortuna eguale
Cade il secondo strale.
Chi pu dir come cresca
Nel fanciullesco core
La vergogna, il furore?
Adirato e confuso,
Pi spessi e men sicuri
Raddoppia i colpi al vento, e la faretra
Di tutte l'armi impoverisce e scema.
Pallade allor, che del garzone invitto
E custode e compagna
Invisibile ognor gli veglia allato,
Al fanciullo adirato
Fe' di s nuova ed improvvisa mostra:
In lui le luci affisse,
Il guat sorridendo, e nulla disse.
Alla vista, all'offesa
Del silenzio e del riso,
Che dir non volle o che non fece Amore?
Tumido ed infiammato
Di pianto il ciglio e di rossor le gote,
Straccia l'aurata benda,
Si lacera le chiome, e colle piante
L'innocente faretra infrange e preme:
Parlar vorria, ma i numerosi sensi
Di rabbia e di dolore
S'affollano sul labbro, e n'esce appena
Di rotte voci un indistinto suono.
In segno di vendetta
La man si morde, e colle varie penne
Trattando l'aria al basso suol si fura.
Per ritrovar la madre
Cerca del terzo giro
Le pi riposte sedi:
Vola del quinto cielo
Su la sanguigna stella,
Perch pensa che forse
Venere innamorata
Riposi in braccio al bellicoso amante:
Corre di Cipro a' lidi, e tutti spia
Dell'Idalio frondoso,
Di Pafo e di Citera
Gli orti odorati e gli amorosi tetti:
Al fin sovra le sponde
Della bassa Amatunta egli la vede.
Stava Venere bella
De' sudditi devoti
Le vittime a libar su i sacri altari.
Coronate di fiori
Giacciono all'ara appresso
Le innocenti colombe
Ad aspettar la fortunata morte.
Di giovani donzelle
Folte vezzose schiere
Ne vengono danzando
Del sacrifizio a celebrar la pompa.
Altri di mirti e rose
Sparge il terreno al simulacro intorno;
Altri le fiamme avviva
Coll'odoroso pianto
Dell'arabe cortecce; e qual prepara
Entro a lucidi vasi
Lo spumoso Lieo; quale accompagna
All'armonica voce
De' barbari stromenti
Alte lodi alla diva in questi accenti:
Scendi propizia
Col tuo splendore,
O bella Venere,
Madre d'Amore,
O bella Venere,
Che sola sei
Piacer degli uomini
E degli di.
Tu colle lucide
Pupille chiare
Fai lieta e fertile
La terra e 'l mare.
Per te si genera
L'umana prole
Sotto de' fervidi
Raggi del sole.
Presso a' tuoi placidi
Astri ridenti
Le nubi fuggono,
Fuggono i venti.
A te fioriscono
Gli erbosi prati,
E i flutti ridono
Nel mar placati.
Per te le tremule
Faci del cielo
Dell'ombre squarciano
L'umido veto.
E allor che sorgono
In lieta schiera
I grati zefiri
Di primavera,
Te, dea, salutano
Gli augei canori,
Che in petto accolgono
Tuoi dolci ardori.
Per te le timide
Colombe i figli
In preda lasciano
De' fieri artigli.
Per te abbandonano
Dentro le tane
I parti teneri
Le tigri ircane.
Per te si spiegano
Le forme ascose;
Per te propagano
L'umane cose.
Vien dal tuo spirito
Dolce e fecondo
Ci che d'amabile
Racchiude il mondo.
Scendi propizia
Col tuo splendore,
O bella Venere,
Madre d'Amore,
O bella Venere,
Che sola sei
Piacer degli uomini
E degli di.
Mentre con queste voci intuona e canta
Inni alla dea l'innamorata schiera,
Volge Ciprigna a sorte
Lo sguardo, e vede il suo figliuolo Amore,
Che tutto sparso e molle
Di pianto e di sudore,
Lacero ed anelante
Ratto verso di lei volgea le piante.
Lascia l'are la diva,
E la sua cara prole
Fra le braccia raccoglie;
Indi col bianco velo
Dall'umidetta fronte
Terge il sudore, e gli rasciuga i lumi;
E fra mille soavi
Tenerissimi vezzi
Stringendolo pietosa,
Baciandolo amorosa,
Gli domanda cortese
Donde vien, perch pianga, e chi l'offese.
Ma, poich a parte a parte
L'ingiurie sue dal caro figlio intende,
Anch'ella il volto accende
Di sdegnoso rossore,
Poich troppo le pesa
Di Minerva l'offesa.
Crolla la testa, e in un acerbo riso
Dilatando del labbro
Le porpore vivaci,
Dice ad Amor: 'Meco ne vieni, e taci.'
Ad un suo cenno allora
All'usata conchiglia
Accoppiano le Grazie
Le amorose colombe: ella v'ascende
Coll'alato fanciullo,
E coi rosati freni
De' suoi candidi augelli
Per l'aereo sentier regola il volo.
Abbandona di Cipro
Le fortunate sponde;
Lascia il fecondo Egitto
Dalla sinistra parte: indi trascorre
Del Minotauro il laberinto infame,
E in men che non balena
Su la spiaggia sicana il corso affrena.
Non lungi dall'arene
Quasi presso alle stelle
Il suo giogo fumante Etna solleva:
Grave il dorso ha di gelo,
E di perenne fiamma ardon le cime;
Ma con tal nuova e prodigiosa legge,
Che ingiuria non riceve
Il fuoco dalla neve,
E 'l fuoco poi, che sovra a lei s'accende,
Serba fede alle nevi, e non le offende.
Sotto gli ardenti sassi
A' replicati colpi
Della sonora incude
Lo speco di Vulcan rimbomba e tuona.
Si cela e si profonda
Fra due scoscesi monti
Orrida oscura valle,
Tutta d'antiche piante opaca e nera,
Ove con dubbia luce
Penetra il sol, ma sul meriggio appena;
Ed  l'incerto calle
Del gran fabbro di Lenno
All'ardente fucina unica strada.
Per quei riposti e cupi
Solitari dirupi
Al padre ed al consorte
Cupido e Citerea volgono i passi:
E, giunti su la soglia
Della spelonca affumicata e nera,
S'arrestano curiosi
L'opra a spiar dell'indefesso nume.
Stava intento Vulcano
Un di quegli a formar fulmini ardenti
Con cui Giove dal ciel folgora; ed era
In parte informe, e terminato in parte.
Sudano a lui d'intorno
I validi Ciclopi,
Nudi le membra e rabbuffati il crine.
Altri solleva e preme
Il mantice ventoso, e l'aura lieve
Col replicato moto accoglie e rende;
Altri immerge nell'onda
Lo stridulo metallo; ed altri al cenno
Del prudente maestro
Del pesante martello i colpi alterna.
Ne geme l'antro, e le minute e spesse
Strepitose scintille
Van per l'aria fuggendo a mille a mille.
Ma quando il fabbro accorto
La bella dea rimira,
Lascia imperfetto il suo disegno e l'opra;
E con passo ineguale
Correndo incontro alla divina moglie,
Fra le ruvide braccia al sen l'accoglie.
Le domanda che brami,
Qual cagion la conduca;
E col tumido labbro intanto imprime
Su le vermiglie gote
Di fumo e di sudor livide note.
Ciprigna allor, che vede
Quanto poter la sua belt le doni
Su l'infocato dio,
I bei cinabri a queste voci aprio:
'A te, dolce consorte,
Lieve cagione i passi miei non reca.
Non  il tuo figlio Amore
Pi quel possente nume,
Da cui Giove ferito
Per Leda e per Europa
Il canto ed il muggito
Finse del toro ed imit del cigno,
Cambiando con l'arene
Di Fenicia e di Sparta il sommo trono.
Io quella pi non sono
Che tempro e reggo a mio piacer gli affetti
Ne' pi severi petti
Al placido girar de' guardi miei.
Gi vaglion nulla o poco
I suoi strali, il mio foco.
Minerva  che pretende
Sovra il cor de' mortali
Temeraria usurpar le mie ragioni.
Se tanto il cor le preme
Lo scorno ancor della perduta lite,
Di me non gi, n dell'ido pastore,
Ma pi giusta si lagni
Di Giove suo che la form men bella:
Ed a turbar non venga
Del mio figlio i trionfi,
Le speranze d'Italia, il regno mio.
Giambatista pur dianzi
De' gran Filomarini...' Al chiaro nome
Tutta Vulcan comprese
Dell'ira e del venir l'alta cagione.
Fra le callose mani
Quella tenera man racchiude e stringe;
Sconciamente sorride, e della diva
L'irate voci e gli sdegnosi affetti
Interrompe nel mezzo in questi detti:
'Placa, placa lo sdegno,
Venere bella, e rasserena i lumi;
Ch non pensano i numi
Dell'alta stirpe a ritardare il frutto
Contro il voler dell'immutabil Fato;
Ch troppo a loro  grato
Del garzon generoso
Propagar nella prole
L'indole eccelsa, il glorioso nome.
Il so ben io, che da tant'anni e tanti
Per ornar della Gloria
Il tempio luminoso
Stanco la destra e l'arte
De' suoi grand'avi a' simulacri intorno.
Vedi colui che, adorno
Di bellicoso acciaio il petto e 'l crine,
Spira da quel metallo, ancorch finto,
Un non so che di maestoso e grande?
Quegli  Tommaso, al cui possente braccio,
Al cui senno, alla fede
Ferdinando il suo rege
E la forza e l'onore
Dell'armi sue tutta commette e crede.
Vedi l'altro che sembra
Di polve e di sudor bagnato e tinto,
E par che voglia ancora
Vibrar feroce il sanguinoso acciaio?
Giambatista  colui,
Che, seguitando ardito
Del quinto Carlo le felici insegne,
Fe' nel marzial cimento
Impallidir la fronte
Al duro Belga e all'Africano infido.
Questi, che in un si mostra
E placido e severo,
E col dito sul labbro
Par che imponga ad alcun silenzio e pace,
Questi  colui che seppe
Del popolo commosso
Gli empiti incerti ed i confusi affetti
Col senno e col valore
All'ossequio ridur del suo signore.
E, se veder poi brami
L'eccelso giovanetto
Per cui tant'ira entro il tuo sen s'accende,
Volgiti a destra, e mira
L'immago sua sol terminata in parte.
Oh quanto intorno a lei d'opra mi resta!
Quella che a lui vicino
Donna reale il mio scalpello espresse,
Vittoria ella , che dell'illustre sangue
De' Caraccioli eroi colme ha le vene,
E nel materno seno
Furo i spirti reali
Prime de' suoi respiri aure vitali.
Ve' con che dolce nodo
Accoppiaron gli di
Amore e maest sul volto a lei.
Questa al garzon gentile
Fortunata compagna il Ciel concede.
Faran d'amore e fede
Bella gara fra lor gli accesi cori;
E degli antichi onori
La prole lor, rassomigliando agli avi,
Riempir le sue paterne sponde.
Benigno il Ciel risponde
Di Partenope ai voti, e i numi stessi.
Affrettan desiosi
Il felice imeneo. Che se pur dianzi
Pallade i dardi tuoi torse dal petto
Dell'alto giovanetto,
Fu perch d'altro strale
Pi puro e pi lucente
Attende la ferita, e non da quello
Onde ogni umano cor per te s'impiaga.
Ecco l di mia mano'
Ed accenn col dito
Ove un rotto macigno
A due quadrella aurate era sostegno
'L'armi gi pronte: io le composi, e furo
Meco compagni all'opra
Il Piacere, la F, l'Onor, la Pace.'
Quando il fanciullo audace
Le saette ravvisa e i detti intende,
Pi da lui non attende:
Ma rapido e veloce
L'armi rapisce, e al genitor s'invola:
Indi ratto sen vola
Su le vinose falde
Del fertile Vesvo, e 'l doppio strale
Di Giambatista e di Vittoria in seno
Senza contesa a riposar ne viene.
Se fu cara la piaga,
Se fu dolce il velen de' dardi suoi,
Bella coppia gentil, ditelo voi.
Scese allor dalle sfere
I chiari a celebrare alti sponsali
D'Urania e di Lieo l'acceso figlio,
D'amaraco odorato adorno il crine.
Venere ancor dagl'importuni amplessi
Dell'ispido marito,
Quanto pi pu veloce,
Si sviluppa e si scioglie,
E la gran pompa ad onorar ne viene.
Della variata zona
I suoi fianchi discinge,
E i fortunati sposi
Con soavi ritorte annoda e stringe.
Per ornar s bel giorno,
Si scorda ed abbandona
Libetro ed Aganippe
Coll'aonie sorelle il biondo dio,
E fra quelle divide
De' festivi apparati il peso e l'opra.
Una nel cavo bosso
Spingendo or aspro ed or soave il fiato,
Su i regolati fori
Delle tremule dita il moto alterna,
Ed or tarda or veloce
Uscir ne fa l'armoniosa voce.
L'altra d'eburnea cetra
Con pettine sonoro
Scorre le fila, e raddolcisce i cori.
Questa, di lieve socco ornata il piede,
Come scaltra e prudente
I costumi imitando e i detti altrui,
Nell'umile favella
Nasconde ancor di sua virtude un raggio,
Ch' spettacolo al volgo e scuola al saggio.
Quella, d'alto coturno
Traendo il peso in maestosa scena,
Rappresenta e dipinge
Sol gloriose imprese, eroici amori,
E da fallaci oggetti
Desta nell'altrui cor veraci affetti.
E i dotti vati intanto
Fanno dolce sonar su' labbri loro
Di Giambatista e di Vittoria il nome
Con s leggiadro stile,
Che men soave canta,
Allor che si querela
Del suo fato maligno,
Sul confuso Meandro il bianco cigno.
...
.
...
Epitalami 3.
...
.
...

Nel vasto grembo alla tirrena Dori
La verde falda un nobil monte stende,
Monte che, da' felici abitatori
Fugando ogni dolor, nome ne prende:
Questo al duro cultor de' suoi sudori
Sempre larga merc promette e rende,
E nel cavato seno offre sul piano
Comodo varco al passeggier cumano.
Su la fronte di quello un marmo augusto
Serba gli avanzi del cantore altero,
Di cui superba va l'ombra d'Augusto
Forse non men che del romano impero;
Da cui come si debba al verde arbusto
La vite accompagnar s'ud primiero:
Poi del Troiano in pi sonori carmi
La fuga, la piet, gli errori e l'armi.
Frondoso allr che l'infeconde cime
Da folgore e da verno ha sempre illese,
Sorge dappresso al tumulo sublime
E gli  dell'ombre sue largo e cortese.
Scritto, che molto in poche note esprime,
Dell'urna a pi saggio scarpel distese,
Perch il curioso pellegrin scoprisse
Ov'ei nacque, onde venne, e ci che scrisse.
Mentre soletto un d del colle aprico
L'aure soavi a respirare io torno,
E discacciato ogni pensier nemico
Stanco lo sguardo alla gran tomba intorno
S'apre (mirabil vista!) il sasso antico,
E accoglie in sen dopo tant'anni il giorno;
S'apre (chi 'l crederebbe!), e inaspettata
M'offre del gran cantor l'ombra onorata.
In un candido manto era ravvolto
Che del pi gli cadea sopra il confine;
Sereno il ciglio avea, pallido il volto,
Crespa la fronte e coronato il crine.
Da un lato della tomba era raccolto
Gran volume di pagine latine;
Dall'altro, in segno del suo vario stile,
L'eroica tromba e la sampogna umle.
Meraviglia e timor tosto nel petto
Vennero ad assalir l'alma smarrita:
Una a mirar s venerato oggetto,
L'altro a fuggir da tanto orror m'invita.
Lungi dal sacro marmo il passo affretto,
Ma volgo a lui la faccia sbigottita,
Talch chiaro nei moti appar di fuore
E la mia meraviglia e 'l mio timore.
Tal di fero leon picciolo figlio
Dubbioso sta negli africani lidi,
S'avvien che 'l genitor vegga in periglio
Ferito in mezzo a' cacciator numidi:
Non sa se corra a insanguinar l'artiglio,
Non sa se al corso la sua vita affidi.
Da timor, da pietade intanto oppresso,
Non salva il genitor, perde se stesso.
'Dove, dove', grid, 'volgi le piante?'
Quel saggio allor che il mio timor comprese;
E parl con s placido sembiante,
Che 'l perduto valor tutto mi rese.
'Non sono io quel che tante volte e tante
Di generoso ardir l'alma ti accese?
Forse quel non sei tu cui le mie carte
La rozzezza natia tolsero in parte?
Perch fuggi da me? Men timoroso
Odimi: e rassicura i sensi tuoi.
Dal felice soggiorno ov'io riposo
Lieve cagion non mi conduce a voi.
Vedrete in questo giorno avventuroso
L'alme accoppiar di due sublimi eroi,
Alme di cui pi belle il sol non mira
Ovunque il carro suo ravvolge e gira.
Francesco  l'un, che non adulto ancora
Del bellicoso dio si fe' seguace:
Fra l'armi e l'ire avvezz il petto, ed ora
Tempra gli sdegni all'amorosa face:
L'altra  Giovanna, a cui le gote infiora
Del primo april la porpora vivace,
Nel cui volto gentil, come in lor trono,
Amore e maest congiunti sono.
Il chiaro suon dell'imeneo felice
Non sol del mondo in ogni parte arriva,
Ma fin l dove a' vivi andar non lice
Se ne ragiona al pigro Lete in riva.
Oh qual gloria, oh qual frutto a voi predice
Ogni alma l della sua spoglia priva,
Chiamando ognuno la sua stella ingrata
Che a s bella stagion non l'ha serbata!
Tornar di nuovo in questo d sospira
L'antico a rivestir sembiante umano
Qualunque gi su la canora lira,
Allorch visse, esercit la mano.
Con quanta invidia il vostro fato ammira
L'ascreo, l'ismaro cigno ed il tebano,
E quel che gi con mille versi e mille
Fece nota fra voi l'ira d'Achille!
Ah fosse ver che al variar degli anni
Ritornassero l'alme al suol natio,
Pria la memoria de' passati affanni
Deposta all'acque del profondo oblio!
Potrei, spiegando a pi gran volo i vanni,
Di s nobil soggetto ornarmi anch'io:
Ma giacch invan s bel desire ho in seno,
Vengo a destar le vostre Muse almeno.
Attenda almen de' fortunati amanti
La vostra musa a celebrar gli ardori.
Canti di lor l'eccelsa stirpe, e canti
Gli antichi pregi ed i novelli onori.
Rammenti pria de' lor grand'avi i vanti,
I triregni, le clamidi e gli allori;
Poi delle due bell'alme innamorate
Il valor, la bellezza e l'onestate.
Dica di lui le gloriose imprese,
Il magnanimo spirto, il cor guerriero,
Onde s chiaro il nome suo si rese
Per l'italico cielo e per l'ibero,
I cimenti, gli assalti e le difese,
Il volto, il ciglio or mansueto or fiero,
L'anima grande che proccura e gode
Pi meritar che conseguir la lode.
Si studi in carte ad eternar di quella,
Che al gran talamo serba il Cielo amico,
Il sen, la guancia, l'una e l'altra stella,
Gl'innocenti costumi, il cor pudico;
Narri quanta s'accresca ombra novella
Per s florido ramo al tronco antico;
Ramo da cui la pianta al Ciel diletta
Eccelsi frutti in sua stagione aspetta:
N spera in van. Quel fortunato giorno
Non sar tardo a ricondurvi il sole,
In cui scherzare alla gran donna intorno
Bella vedrete e numerosa prole;
Del cui valor, delle cui gesta adorno
Il Sebto gentil, pi che non suole,
Tumido fra le sponde illustri e chiare
Di gloria andr se non di flutti al mare.
La tromba mia che neghittosa giace
Prestarvi a s grand'uopo oggi vorrei.
Quella ch'altro cantar non  capace
Che nomi d'eroine e semidei.
Ma chi saria fra voi cotanto audace
Che ardisse i labbri avvicinare a lei?
Solo a me trar da quella il suon fu dato;
Roco in essa sarebbe ogni altro fiato.
Cos la clava orribile si vide
Gi riportar di mille mostri il vanto,
Finch la trasse il generoso Alcide
Per le selve di Tebe e di Erimanto;
Ma poich (colpa delle stelle infide)
Spogli sul rogo il suo terrestre ammanto,
Quella che s terribile parea
Rest vil peso alla pendice etea.'
Mentre a tai voci io riempir mi sento
D'orrore insieme e di diletto il seno,
E dubbio fra la tema e l'ardimento
Non temo affatto e non ardisco appieno,
Mugghi dall'antro un improvviso vento,
Tuon Giove a sinistra a ciel sereno,
Trem l'alloro dalle cime al basso,
Disparve l'ombra, e si racchiuse il sasso..
...
.
...
TETI E PELEO.
...
.
...
Se d'Erato la lira
Sensi d'amor m'inspira,
Se il tragico coturno oggi abbandono,
Melpomene, perdono. A te, lo sai,
Tutti donai fin ora
Sin dalla prima aurora i giorni miei;
Ma i reali imenei,
Che in rispettoso velo
Oggi ravvolti a celebrar m'affretto,
Non soffrono l'aspetto
Di procellose cure,
Di lagrime, d'affanni e di sventure.
Deh, tu da lungi almeno
Assisti il tuo fedel: son troppo avvezzi
Fra i lampi del tuo ciglio
A infiammarsi d'ardire i miei pensieri.
Ah de' tuoi sguardi alteri
Se m'involi l'aiuto,
Se non veggo il mio nume, io son perduto.
Presso alla chiara foce
Del fecondo Peno, che adorna a gara
Coi zefiri cultori
D'erbe sempre e di fiori
Del tessalo terren l'eterno aprile;
Dall'atterrar le belve
Delle vicine selve un giorno stanco
Posava il molle fianco; e al mormorio
Del fiume che con l'onde
Del mar le sue confonde,
E al vaneggiar che alletta
D'una soave auretta, e all'ombra amica
D'un ospitale alloro
Il giovane Pelo prendea ristoro.
Solitario ei non era,
Bench la folta schiera
De' fidi suoi seguaci
Rispettasse lontana il suo riposo:
Ch Amore insidioso,
cercando il destro istante
Di far quell'alma amante, e vendicarsi
Del suo nume sprezzato,
Lo segue occulto, e gli sta sempre a lato.
Mal tollera il superbo
Che il giovanetto eroe di Marte all'ire
Gli ozi posponga e le amorose paci:
Che dagli impeti audaci
Spinto del regio cor, con l'elmo in fronte
Ora a sfidar s'esponga
De' Centauri i furori,
Corra or sul Fasi a meritarsi allori.
E fremea vergognoso
Che altri potesse dir che non avesse
Fra tante belle e tante
Tutto il regno d'Amore
Belt bastante ad annodar quel core.
Quando su la vicina
Tranquilla onda marina ecco da lungi
Vaga schiera e festiva,
Ecco vede apparir. Scorrea ridente
Dell'impero materno i salsi umori
Per diporto in quel d Tetide bella,
Della divina Dori eccelsa figlia.
Di lucida conchiglia
Sedeva in grembo, e del biforme armento
Due squammosi corsieri
Regolato da lei mordeano il freno.
Dagli omeri e dal seno
Sino al pi le scendea ceruleo ammanto:
Tra i fior, che il primo vanto
Son delle ondose valli,
Fra le perle e i coralli
Del crin parte  raccolto:
Inanellato e sciolto
Parte s'increspa; e l'annodato in fronte
Cadente vel, che delle nevi alpine
Col bel candor gareggia,
Si solleva nel corso, e a tergo ondeggia.
Sul liquido elemento
Fra cento Ninfe e cento
Tal ne vena la bella diva, e tutto,
Mentre ella viene, il nume suo risente.
Si fa l'aria ridente, il ciel sfavilla
D'insolito splendore: il mare istesso,
Che di tanta bellezza esulta adorno,
Rotto susurra e le biancheggia intorno.
Bello  il veder di tante
Sue vezzose seguaci
Gli allegri scherzi. I docili delfini
Quelle addestrano al morso;
Queste sfidansi al corso: i fiori invola
Una alla sua compagna: una all'amica,
Ad altro oggetto intenta,
Spruzza d'onda improvvisa il volto, il seno:
Tutte cantan scherzando,
Tutte scherzan cantando
In concorde armonia. Fa il suon lontano
Delle buccine torte
De' forieri Tritoni
Rauco tenore alle lor voci: e intanto
A quel suono, a quel canto
Dagli antri e dalle sponde
L'ascosa imitatrice Eco risponde.
Ai tumulti festivi,
Che gi presso alle arene a Teti intorno
Fan pi l'aria sonar, Pelo si volse:
La vide: istupid. La vide Amore,
Ed esclam contento:
'Ecco del mio trionfo, ecco il momento.'
N 'l disse in van: ma in fretta
Elegge aurea saetta;
Vola alla dea sul ciglio; e quindi, acceso
Della fiamma immortale
D'uno sguardo di lei, scocc lo strale.
Alla vista gradita,
Alla dolce ferita
Chi pu dir qual divenne
Il sorpreso Pelo? Si sente in petto
Meraviglia, rispetto,
Tenerezza, desio, timore e speme,
Tutti confusi insieme: e tutti esprime
Nel medesimo istante
Negli atti, negli sguardi e nel sembiante.
Non so nel gran momento
Quai fosser gl'improvvisi
Nell'alma della dea moti primieri:
Ma il fren de' suoi pensieri
Se in man d'Amore al par di lui non lassa,
So che in atto cortese il guarda, e passa.
Alla materna reggia in grembo all'onde
Pensosa ella ritorna: egli col guardo
Fin che pu l'accompagna; e par che voglia
Per le contese strade
Mover del mare a seguitarla il piede.
Alla real sua sede
Al fin si volge a tardo passo; e chiuso
In solitaria cella
S'invola agli occhi altrui:
Ma le cure d'Amor restan con lui.
Il pargoletto arciero,
Ebro intanto di gloria e impaziente
Di pubblicar le sue vittorie, a volo
Verso l'astro materno
Per dirle a Citerea s'affretta; e a quanti
Numi incontra per via narra i suoi vanti.
Da lungi a pena egli la scopre, e grida
Da lungi ancor: 'Madre, ah di mirti e rose,
Bella madre, ah mi cingi!' e al collo intanto
Delle tenere braccia
Le fa catena; in mille baci e mille
Il suo piacer diffonde:
Co' baci il dir confonde: un solo istante
Loco non serba: a vaneggiarle intorno
Spesso si scosta; e a ribaciarle spesso
Or la mano, or la fronte ed or le gote
Rivola in dolce errore
Qual ape in sul mattin di fiore in fiore.
Da quel tronco parlar, da quei confusi
Impeti di piacer Venere il vero
Mal distinguer poteva, e impaziente
Cominciava a sdegnarsi: allor che un vivo
Nuovo splendor lo sdegno suo sospese:
Splendore onde la stella
Della madre d'Amor parve pi bella.
Sovra lucida nube
La germana di Giove,
Della terra e del ciel l'antica figlia,
Terni, vena. Le signoreggia in viso
Maestosa bellezza: in bianca  avvolta
E luminosa spoglia
Fin del pi sul confine;
Ha in man lo scettro, ha coronato il crine.
Questa  la dea da cui
Gi Pirra un d del desolato apprese
Sommerso mondo a riparare i danni.
Della ragion, del giusto
Questa  la dea custode. A lei presente
 quanto avvenne; e nel recesso oscuro
Del nascosto destin vede il futuro.
Di lei fin dalle fasce
Fu la divina Dori
Sempre amica e compagna. Un sol disegno
Senza lei non matura;
E negli avversi e ne' felici eventi,
Fra le gioie e i perigli,
Tutti con lei divide i suoi consigli.
Ad inchinarsi al nume
Temuto in terra e venerato in cielo
Moveano il pi la genitrice e il figlio;
Ma lor Temi prevenne, e: 'Meco a Dori
Affrettatevi,' disse; 'oggi Imeneo
Di Teti e di Pelo
Il nodo stringer: nodo che in Cielo
Gi da' secoli innanzi
Si decret. Tu de' decreti eterni
Ignaro esecutore, Amor, vibrasti
Lo stral felice: e tanto onor ti basti.
Non pi dimora: al talamo reale
Condur la sposa  nostro peso. In moto
Tutte gi son le sfere: andiamo.' Al cenno
Ubbidienti e lieti,
Occupa Citerea di Temi al fianco
La nuvolosa sede;
Amor spiega le penne, e lor precede.
Cos fra stella e stella
Scorre la nube e verso il mar declina.
Giunta dove confina
Con l'onda il ciel, questa nel sen diviso
Le dive accoglie: e l'inquieto arciero,
Che in pace alcun non lassa,
Va turbando, ove passa
Per quei soggiorni algosi,
Ai muti abitatori i lor riposi.
Della sua reggia augusta
Fin su la soglia ad incontrar lor venne
Dori, che gli attendea. Lo stuol dell'altre
Marine de tutto era seco, e solo
Tetide non trovossi in quello stuolo.
Citerea ne richiede:
Volan le ninfe ad afrettarla; alcuna
Rinvenirla non sa: ma le ravvolte
Recondite dimore
Tanto cerc, che la rinvenne Amore.
Un breve istante sol veduto avea
La donzella immortal posar Pelo
Su la tessala sponda a un lauro appresso;
E sempre in mente impresso
Port da quell'istante
Quel lauro, quella sponda e quel sembiante
Ella, che non intende
A quai dolci legami
L'ha destinata il Ciel, se stessa ammira:
Non sa perch s'aggira
Cos sola e pensosa, e che l'invoglia
Dalle compagne a separarsi tanto.
Vuol sedursi col canto: ai voli usati
Spinge la voce; e poi
L'arresta in mezzo all'intrapreso impegno.
L'armonioso legno
Tenta animar con dotta man: ma lascia
Presto immobili e muti
Gli avvivati da lei tasti sonori.
Ai pennelli, ai colori
Ricorre al fine: e d'un cristallo amico
Col consiglio fedel, la propria immago
Intraprende a formar. Fu questa sola,
E non senza de' Fati alto disegno,
L'opra in cui si ferm. L'opra a tal segno
Giunta era gi, che contendea col vero;
Quando Amor la rinvenne, e all'altre dive
Tacito la scoperse. Ei, che di tutto
Sa far uso a suo pro, cheto e leggiero
A lei s'appressa: a lei
La bella immago inaspettato invola:
E librato su l'ali:
'Addio, Teti,' le dice: 'io parto, e reco
Al tuo sposo Pelo pegno s caro.'
Al furto, ai detti, al comparirle intorno
Le tre dive improvvise,
Teti arross sorpresa, Amor ne rise.
Ne rise Amore: e come
Suol da nube che s'apre
Uscir del sol rapido un raggio; o come
Parte e giunge un pensier; vola e si trova
Su le tessale arene. Attorno intanto
Alla lieta e confusa
Novella sposa, a dolce cura intese,
L'ornan le dive a prova. A lei compone
Questa il vel, quella il manto: auree maniglie
Una alle braccia, una al bel collo avvolge
Prezioso monil. L'istessa Dori
Co' pi rari tesori, onde son chiare
L'indiche rupi e l'eritree maremme,
Di propria man fa scintillarle il crine:
N s presto al suo fine
La bell'opra giungea; ma gi i celesti
Geni ministri aveano al gran tragitto
Tutto apprestato; il radunato stuolo
Gi degli di maggiori
La partenza affrettava; onde a gran pena
Dall'amorosa gara,
Che pregio aggiunge alla belt con l'arte,
Si stacca al fin l'inclita schiera, e parte.
Ozioso in Tessaglia
Non era intanto stato
Il precursore alato. 'Ecco di Teti',
Dice giunto a Pelo, 'la vera immago
Espressa di sua man. Fra pochi istanti
Qui tua sposa verr.' Con tal novella,
Con dono tale all'inquieto, al vivo
Ardor che gi lo strugge
Gli aggiunge in sen novelle fiamme, e fugge.
Del nuvoloso Olimpo,
Del Pelio ombroso, e di Larissa e Pindo
Le contrade trascorre. Eccita e chiama
Tutte ai grandi imenei
Le agresti deit. Corrono a schiere
I Fauni, gli Egipani,
I Satiri, i Silvani: il crin stillanti
Le Naiadi all'invito
Sorgon da' fonti lor: gli alpestri alberghi
Lascian le Oreadi: e le natie cortecce
Le Driadi e le Napee. Tutto respira,
Tutto gioia ed amor; tutto risuona
D'applausi e voti; e fra il romor di questa
Allegrezza festiva
Sentesi replicar: 'La sposa arriva.'
Venne: e quai fur de' fortunati amanti
L'alme, i cori, i sembianti
Al nuovo incontro, ove il mio stil credessi
Abile a riferir come conviensi,
Temerario sarei: chi am lo pensi.
Ognun la coppia eletta
Ad ammirar s'affretta,
S'affretta ad onorar. L'un l'altro preme:
Questo a quello gli addita; in lui chi trova
Marte ed Amor; chi riconosce in lei
Pallade e Citerea. Mentre di tante
Bench sommesse e rispettose voci
Formasi il suon che s'ode
Se agitate dal vento in vasta selva
Romoreggian le foglie, ecco dall'alto,
Da insolito balen precorso, un tuono
A sinistra rimbomba. Il ciel diviso
Scopre il fulgor delle rotanti sfere:
E per l'aria, che intorno
Di nuovi raggi a quel fulgor s'accende,
Il re de' numi in maest discende.
Muto ogni labbro; immoti
Restan su l'ali i venti;  cheta ogni onda;
Non si scuote una fronda;
Non si ascolta un respiro; e in mezzo a questo
Silenzio universal, ne' fidi amanti,
Che in Ciel le luci han fisse,
Giove il guardo ferm, sorrise e disse:
'Giunse il gran d segnato
Ne' volumi del Fato. Oggi di nuovo
Due celesti sorgenti
Confonderan le insieme
Gi confuse altre volte onde immortali.
Ed a se stesse eguali
Sempre a pro scorreranno
Della presente e delle et future
Benefiche, tranquille, illustri e pure.
Stringi il nodo felice:
 gi tempo, Imeneo. L'Amor, la Fede,
La Concordia, il Piacer rendano a gara
Fra lieti oggetti i giorni lor ridenti.
Tu, de' prosperi eventi
Dispensatrice dea, veglia, ma priva
Delle incostanze tue, lor sempre accanto.
E tu, Venere, intanto
Di feconde scintille
Spargi il talamo augusto: e nasca Achille.
...
.
...
IL RATTO D'EUROPA.
...
.
...
Apollo, tu, che di Peneo sul margine
Ardesti ancor d'una terrena vergine
Che per fuggirti si converse in arbore
E fu soggetto del tuo canto flebile,
Or desta in me, coll'armonia medesima
Che scorse allor per la dorata cetera,
Poter divino, onde a cantar sia valido
La vaga figlia del fenicio Agenore,
La bella Europa, il di cui volto nobile
In terra trasse il regnator dell'etere
Con pi bovino il verde suolo a premere.
Uscite voi dalle fontane prossime,
Umide il crine e il volto, o vaghe Naiadi;
Lasciate i duri monti, alpestri Oreadi,
E voi le selve, o boscarecce Driadi;
Tutte venite ad ascoltarmi, e vadano
Sol da noi lungi gl'insolenti Satiri,
Perch non vo' che colla loro audacia
La vostra quiete ed il mio canto turbino.
Guardiam per che gli altri di non odano:
Ch, se le vostre voci a Giove giungono,
Ei negher che il suo figliuolo Apolline
Aiuto presti all'impotente spirito,
Perch'ei non vuol che i furti suoi si cantino.
Era d'Europa quell'et pi florida
Che scorre di tre lustri appena il termine,
Grata negli atti e nel parlar piacevole.
Su la spaziosa fronte in gemme lucide
De' suoi dorati crini altri s'annodano,
Altri cadendo poi disciolti e liberi
A guisa d'onda nel cader s'increspano,
S'innalzan spesso e lentamente tremano
Al dolce assalto di lascivo zefiro.
Due nere luci, sovra cui s'inarcano
Nere le ciglia ancora e sottilissime,
Nel lento moto e negli sguardi accolgono
Tutta la forza ed il piacer di Venere.
Piene ha le guance, ove a vicenda sparsero
La rosa e 'l giglio il lor colore amabile;
E dal naso gentil poi si dividono.
Le labbra sparse di nativa porpora,
Che torrebbero il pregio al tirio murice,
Talor minuti e spessi denti scoprono
Che sembran fatti di pulito avorio;
Ma cos ben disposti e con tal ordine,
Che non mancan fra loro e non eccedono.
Tondo, sottile e di alabastro lucido
Rassembra il collo, che davanti termina
Nel bianco petto rilevato e mobile,
Il qual si mostra del color medesimo
Che dall'alto Appennin le nevi rendono,
Quando cadendo il sol dentro l'Oceano
Gl'incerti raggi d'un rossor le tingono
Che il soverchio candore avviva e modera.
Angusta  la cintura e larghi gli omeri,
Picciolo il pi, la man lunghetta e tenera;
E nel gentile aspetto unite albergano
In dolce nodo maestade e grazia.
Tal fu la bella Europa, e oh quanti n'ebbero
Piagato il seno, e negli sguardi fervidi
Mostrare in van l'immenso ardor tentarono!
Ella intender non cura; anzi pi rigida
Diviene ognor, perch i suoi fati prosperi
Al divino amator pura la serbano.
Cos, fuggendo amor, la mente e l'animo
Pasceva Europa di piacer pi semplice.
Godea mirar del mar l'aspetto vario,
Allorch d'ira pieni e Borea ed Affrico
Con egual furia oppostamente pugnano,
E i salsi flutti fra di lor s'incalzano;
E quindi l'onde all'incontrar si rompono,
E biancheggiando sino al cielo ascendono;
I cavi scogli ripercossi gemono,
E la candida spuma addietro gettano.
Sul lido intanto le cornacchie garrule
Battono l'ali, e colle grida querule
Tentan vincer del mare il vasto strepito.
E, allor che dalle grotte oscure ed umide
Uscia la Notte sovra il carro tacito
Traendo seco la triforme Cintia,
Godea mirar nell'onde il lume tremulo
Variare i moti al variar di Zefiro,
E col ciel di chiarezza il mar contendere.
Ma quando poi tutto tranquillo e placido
Nel suo letto giaceva il mar volubile,
E stanco il sol di stare in grembo a Tetide
Chiaro sorgea dalle maremme d'India,
Lieta scendea colle compagne vergini
Del salso mar su l'arenoso margine;
E qual d'Eurota per le ripe floride,
O pur di Cinto sovra il giogo esercita
Diana i balli fra le amiche Oreadi,
E di bellezza ogni altra Ninfa supera;
Tal fra l'altre apparia la vaga giovane.
Colle reti talor turbando andavano
I lor dolci segreti a' pesci mutoli,
Che, mentre a schiere e senza tema guizzano,
L'avida rete all'improvviso incontrano;
Ond'altri tosto ver gli scogli fuggono
Ove han lor tane; altri veloci e trepidi
Fra l'alga verde per timor s'appiattano;
Altri vorrian fuggir, ma s gl'intricano
Gl'ingiusti lacci e 'l lor timor, che restano
Felice preda delle Ninfe candide.
Talora insieme gan l dove un circolo
Forman gli scogli, e nel lor mezzo chiudono
Il mar, che per entrarvi ha picciol adito;
E quinci e quindi colle fronti gemine
Due rupi ardite contra il ciel s'innalzano
Sotto di cui l'onde tranquille tacciono.
Gli alberi poi, che sovra lor verdeggiano,
Cos spesse le braccia in fuori sporgono
Che a Febo e all'altrui vista il corso niegano,
E il chiuso mar di sacro orrore ammantano.
Vivi sedili, che giammai non tennero
Di stanca nave a s legato il canape,
Son sparsi intorno; or qui le Ninfe posano
Quando a purgar le caste membra vengono.
L'eccelsa reggia del signor fenicio
Sta sopra un colle, che nel prato termina
D'erbe coperto verdeggianti e tenere
E di soavi fior distinto e vario.
Ma dove il piano al salso mar si approssima,
Le verdi erbette ed i fioretti mancano,
Ed a quelli succede arena sterile
Su cui l'irata sferza i flutti stendono.
Or quivi all'ombra de' salubri platani,
Che tutto il prato ameno intorno cingono,
Spesso vena colle compagne amabili
Del sommo Giove la futura coniuge,
Dolce scherzando i molli fiori a cogliere.
Giove dall'alto giogo inaccessibile
Volse del sommo Olimpo un d fra gli uomini
L'eterno sguardo che ci guida e modera.
La mira a sorte, e gli amorosi stimoli
Sente nel core, onde insensato e stupido
In lei si affisa; e se pur tenta volgere
Le luci altrove, esse veloci e libere
Contra sua voglia al caro oggetto tornano
Sempre pi desiose: e in brieve spazio
Tanto s'accrebbe l'amoroso incendio,
Che troppo a tollerare era difficile.
Onde, deposto lo stridente fulmine,
Dal ciel discende involto in bianca nuvola
Sopra l'ameno prato, ed invisibile
Vede dappresso la felice giovane.
E gi posta in oblio l'ambrosia e il nettare,
Le prime cure il suo pensier non muovono;
Ma sol dentro di s discorre e medita
Qual sia la strada pi spedita e facile
Per ingannar la giovanetta semplice.
Mir dal colle alla marina scendere
Il regio armento agli odorati pascoli:
Onde tosto pens novella astuzia.
Prende di toro la fallace immagine,
Indi fra gli altri si confonde e mescola.
La bianca pelle vinceria le candide
Nevi non presse ancor da alcun vestigio.
Si veggon sopra al pingue collo i muscoli,
La pagliolaia, che dal muso agli omeri
Larga si spiega e nel ginocchio termina,
Mentr'ei cammina si dibatte ed agita.
Picciolo  il capo e son le corna picciole,
Ch'ambo con egual norma al fin s'incurvano
E paion gemme trasparenti e lucide,
Per man formate d'un esperto artefice.
Placida  la sua fronte, e l'occhio  placido,
In cui, come in lor sede, ancora albergano
La prima maestate e il primo imperio.
Le man, ministre del trisulco fulmine,
In unghia bipartite il suolo or fendono.
Crudele Amor, chi potr mai resistere
Al tuo voler, se il regnator degli uomini
Ebbe per te s strana forma a prendere?
A lento passo va l'amante cupido
L dove in mezzo alle donzelle tirie
Stava la prole del fenicio Agenore.
Ammira Europa il bel torel; ma timida,
Bench'egli sia s mansueto e facile,
Arretra i passi mentre quel si approssima.
Giove sen duole, e pi modesto ed umile
A lei si mostra, ond'ella ardisce porgere
Alla candida bocca i fiori teneri;
Indi palpa pi ardita il petto morbido,
L'aperta fronte e le narici tumide.
Lieto  l'amante; e nella man d'avorio
Gode talor gli ardenti baci imprimere.
S'incurva a terra; e la donzella incauta,
Cui non  noto chi nel toro insidia,
Il dorso preme all'amator famelico.
Ei lento sorge, e volge i passi subito
Al lido estremo, dove l'onda mormora.
Ma le compagne della tiria vergine,
Che a lei dappresso lietamente danzano
Al dolce suon di canzonette e frottole,
Come in trionfo la lor donna sieguono,
E di novelli fior tutta la spargono.
Ella ride, e sovente il toro stimola;
I di cui pi, che cos pigri appaiono,
Nelle prim'onde le vestigia imprimono:
Indi tanto nel mare i passi stendono,
Che al fin sotto di lor le arene mancano:
Ond'ei, nuotando pi spedito ed agile,
Fende col petto il molle seno a Tetide,
E col moto de' piedi il corso accelera.
Altro non sa la giovinetta misera
Che alzare i piedi, e le ginocchia stringere,
E la variata veste in su raccogliere.
Freno non ha con cui lo volga o regoli,
N, se l'avesse, a ci saria valevole,
Ch appena pu se stessa al corno reggere.
Or chi potr senza lagnarsi e piangere
Narrar d'Europa i dolorosi gemiti,
Le meste voci e le cadenti lagrime,
Che avrian fatta pietosa anche una selice?
Si volge al lido, e le compagne vergini
Tutte per nome appella acci l'aiutino.
Piangon esse accennando e le rispondono,
Ma d'aiutarla alcuna via non trovano.
Or, mentre corre Giove ardito e rapido,
Dalla vista d'Europa i lidi fuggono;
Onde s'udio con questi accenti flebili
La mesta donna il suo dolor diffondere:
'Ah! chi m'aita a volgere
Al lido il toro indomito?
Chi mi soccorre? Ah barbaro
Destino, ah stelle perfide!
Compagne amabili, portate celeri
Il mesto annunzio al vecchio Agenore,
Acci possa soccorrere
Europa lagrimevole;
Se no, dovr poi piangere
L'ultima sua disgrazia.
Ma, mentre piango e smanio,
Il toro pi si accelera,
E agli occhi miei s'ascondono
I colli di Fenicia.
Gi parmi veder sorgere
Fuor dell'ondoso Oceano
Marine fere orribili
Che il crudo dente immergono
Nell'innocenti viscere.
N vi sar chi celebri
Al freddo mio cadavere
Le dolorose esequie,
N chi d'unguento o balsamo
Sparga le meste ceneri;
Ma d'una fera indomita
Il ventre abbominevole
Mi servir di tumulo.
Almen mie voci udissero
Cadmo, Fenice o Cilice,
Che pronti accorrerebbero,
Pria che vedermi giungere
In questa et s giovane
A s funesto termine.
Ma tu, toro implacabile,
Dove ti fa trascorrere
La tua soverchia audacia?
Non troverai gi i teneri
Ed odorati pascoli
Che il corpo tuo nutriscano,
N i ruscelletti limpidi
Che la tua sete ammorzino.
Aim, che i flutti girano,
Le forze gi mi mancano!
Torbida patria,
Vedova reggia,
Misero Agenore,
Ahi madre infelicissima,
Soccorso, aita.' E i dolorosi spiriti
Per la troppa mestizia si confusero,
Talch i moti e le voci in un mancarono;
E nell'onde cadea; ma la sostennero
L'umide figlie del marino Nreo,
Che per udire i suoi lamenti corsero.
Poich rinvenne, come pietra immobile
Parsa saria; ma i venticelli e l'aure
Talor la chioma e 'l sottil velo scuotono.
Come viola  il volto esangue e pallido;
Non batton le palpebre, e gli occhi tumidi
Dal grave pianto stanno immoti e stupidi;
E per la tema che l'affligge ed occupa,
Con spesso e grave moto il cor le palpita.
Venere intanto, che de' cari sudditi
Su la bassa Amatunta e l'alto Idalio
Avea libate le amorose vittime,
Lieta sedendo nella conca eterea
Col suo corso fendea le nubi e l'aere;
Mir di Giove la fallace immagine:
Il riconobbe, e l'amorose insidie,
Ch'ei tese aveva alla donzella semplice,
Al pensier di Ciprigna aperte apparvero.
Onde fe' tosto le colombe rapide
Vicino al mar presso ad Europa scendere
Cogli Amorini e i pargoletti Geni
Che la sieguon per tutto e l'accompagnano.
Al suo venir le trattenute lagrime,
Cui soverchio timor chiudeva l'esito,
Disciolse Europa, e in volto umle e supplice
Tendea le mani all'alma dea di Pafia.
Come fanciul che dal suo padre rigido
Con dura sferza si sent percuotere,
E pur ritenne i dolorosi gemiti
Per tema d'irritarlo a maggior strazio;
Ma se poi mira la sua madre giungere,
Comincia allor dirottamente a piangere,
Quasi voglia narrar la sua disgrazia
E a lei co' suoi singulti aita chiedere;
Tal era Europa, e gi le stanche ed umili
Calde preghiere sue volea disciogliere;
Ma la prevenne la cortese Venere.
'Serena, o bella vergine,
Omai le luci torbide:
Ch teco  Citerea,
La vaga dea che cogli sguardi tempera
Il ciel, le fere e gli uomini.
L'agitator del fulmine
Solca per te l'Oceano
Sotto bovine spoglie.
Tu, sua futura moglie, apprendi a reggere
S nobil sorte e prospera.
A te per lui non possono
I venti e l'onde nuocere.
Va pur sicura e lieta,
Ch'avrai di Creta antica or or nell'isola
Seco comune il talamo.
Da te suo nome traere
La pi gloriosa e nobile
Parte vedrem del mondo
E dal tuo sen fecondo alta progenie
D'illustri regi sorgere.
Ormai tutte se n'escano
Le deit marittime
Fuor delle placid'onde,
Ed alle sponde della terra prossima
La bella Europa sieguano.'
Disse: e tosto spar col carro lubrico
Pari a' venti leggieri e al sonno simile.
Ma la donzella, ch'era stata attonita
A rimirar quello splendore insolito,
Poich n'ud le dolci note sciogliere
Sgombr dal sen la prima sua mestizia:
Ma tosto il volto la vergogna l'occupa,
E il colorisce di novella porpora.
E gi del mar dalle spelonche concave
Nettuno ed Anfitrite, e Dori e Nreo,
Ed Ocen colla sua bella Tetide
Su varie conche accompagnati vennero
Dagli arditi Tritoni e da Nereidi.
Non lasci di venire il vecchio Proteo;
Ino ancor venne, e Melicerta, e Glauco,
Che seco unite le Sirene trassero.
Altri i delfini e le balene pungono:
Su cerulee conchiglie altri s'assidono:
Altri d'intorno a lor fra l'onde guizzano:
Qual manda suon dalla ritorta buccina,
Qual dolce scioglie i maritali cantici;
Altri le membra in strane danze ruotano,
E fatto intorno al sommo Giove un circolo,
Sino a' lidi di Creta l'accompagnano,
Dov'egli prese la primiera immagine;
E quivi l'Ore, che il celeste talamo
D'eterni fiori nuove frondi sparsero,
Furon ministre del divin coniugio.
...
.
...
IL CONVITO DEGLI DEI.
...
.
...
L dove il sol men temperato e giusto
Della pi calda zona il cerchio accende,
E l'ardente Etiopia il lido adusto
Alla vasta Anfitrite in sen distende,
Del gran padre Ocen lo speco augusto
Nel pi riposto sen l'onda comprende;
Lo speco onde il pastor del marin gregge
Su la fronte di Giove i fati legge.
Per l'ondoso cammin pi mite il giorno
Giunge nell'antro florido e felice,
Sovra il cui suol di verde musco adorno
L'orma stampare a mortal pi non lice.
Vivi coralli al vario sasso intorno
Stendon l'annosa lor torta radice,
E dai lor rami placide e tranquille
Cadon di dolce umor tacite stille.
Lo speco di conchiglie  in s distinto
Da man prudente in quella parte e in questa;
Ma l'artifizio onde il valore  vinto
La sua fatica altrui non manifesta.
Dai rami poi, di cui lo speco  cinto,
Pendon smeraldi e perle, e ci che desta
Il sol, qualor nell'eritree maremme
Il fresco umor dell'alba addensa in gemme.
Qui dall'eccelso suo trono stellato,
Donde moto alle cose ognor dispensa,
Giove dagli altri numi accompagnato
Spesso discende alla fraterna mensa.
Allor depone il suo rigore usato,
L'ira sospende a nostro danno accensa; .
Ma porta con la pace in un raccolto
Il primo imperio nel sereno volto.
Sovra candida nube un giorno assiso
All'onda d'Etiopia andar dispone,
E, mentre intorno volge il regio viso,
Le procelle del mar frena e compone.
Dal suo lato non va giammai diviso
L'augel ministro della sua ragione,
Che porta sempre nell'adunco artiglio
L'eterno stral che di giust'ira  figlio.
Tutto ha d'intorno il fortunato stuolo,
Ch'alcun nume altro cenno non aspetta;
Fin Orion dall'agghiacciato polo
La minor Orsa alla gran pompa affretta.
Giuno discioglie a' suoi pavoni il volo,
Venere il freno alle colombe assetta,
Cibele al carro i suoi leoni aggiunge,
Cintia i tardi giovenchi affretta e punge.
Febo, reggendo ai bianchi cigni il corso,
Al lato appende la soave lira;
Marte, al tracio destrier premendo il dorso,
Porta negli occhi il suo furore e l'ira;
Lieo, volgendo alle sue tigri il morso,
Con la bella Arianna il cocchio gira;
Vien con la clava il generoso Alcide,
E Palla che Vulcano ancor deride.
Col volo intanto gli altri di previene
Il messaggier celeste, e al ciel si fura,
Quei ch'un d fe' col suon di chiare avene
Dell'occhiuto guardian la luce oscura:
Passa l'eterea sede, e in parte viene
Ov' colui che del tridente ha cura;
Espone il cenno a lui del sommo Giove,
Ed i numi del mar chiama e commove.
Dalle concave grotte escono fuora
Veloci allor le deit marine.
Teti non fa nell'antro suo dimora;
Nero vien con le figlie alme e divine;
Glauco vi porta il tardo passo ancora,
Pel mar traendo il suo canuto crine;
Proteo, che il corso a crudo mostro affrena,
Il marin gregge al sommo flutto mena.
Delle Sirene vien la bella schiera
Ch'alle sue danze il dolce canto accorda,
Mentre Triton con l'aspra voce e fiera
Della buccina torta i lidi assorda:
Nettun con faccia rigida e severa
Ai venti il flutto abbandonar ricorda,
E fa solo restare in quelle sponde
Zefiro che scherzando increspa l'onde.
Giove dal sommo Olimpo uscito intanto,
Vola dal lato alla montagna Idea,
Ove lasciato Simoenta e Zanto
Passa veloce in mezzo all'onda egea:
Ma quando giunse alla Sicania accanto,
Su l'orlo allor della fucina etnea
Il corsero a mirar Sterope e Bronte
Col solo sguardo che lor luce in fronte.
Cos del ciel gli di, gli di del mare,
Facendo intorno al sommo rege un giro,
Giungon 've d'Etiopia il lido appare,
E quivi giunti il corso lor finiro.
A Giove l'onde pi tranquille e chiare
Quinci e quindi divise il seno apriro.
Ma poich in grembo i sommi di racchiuse,
S'un di nuovo il flutto e si confuse.
Tutti scendon cos nell'antro ameno
Che di luce novella ornar si vede;
E qui con ciglio placido e sereno
Giove fra gli altri numi a mensa siede.
E mentre lor d'ambrosia il nappo pieno
Ministrano le Grazie e Ganimede,
Vulcan dell'armi al dio fiero e gagliardo
Invia furtivo il sospettoso guardo.
Ma intanto ecco ne vien privo di lena,
Col crin per lunga et gi raro e bianco,
Saturno anch'egli alla gioconda scena
Dall'Olimpo traendo il passo stanco;
Entra fra l'altra turba e, giunto appena,
Lascia cader su la sua sede il fianco;
Indi con un sospiro altrui fa segno
Che si ricorda del rapito regno.
Tutti v'eran raccolti i Fiumi insieme
Che prestano a Nettun tributo e culto.
Il Gange v' che nelle rupi estreme
Tien della dura Scizia il crine occulto;
Il Nilo v' che pria fra' sassi geme,
Al mar poi fa con sette bocche insulto;
V' l'Ibero ed il Po, l'Eufrate e il Tago,
E v' Meandro del suo fonte vago.
Mille altri Fiumi al gran convito vanno,
Che troppo lungo il rammentarli fra.
Solo il Tebro e il Danubio ancor non sanno
Romper la mesta lor tarda dimora
Al fin, temendo di pi grave danno
S'essi non van con gli altri Fiumi ancora,
Alla gran pompa taciti e dolenti
S'inviano anch'essi a tardi passi e lenti.
Sorse il Danubio dal suo gelo antico,
E 'l regio capo sollev dall'urna:
Indi se n'usc fuor dell'antro amico
Cui splende luce debole e notturna;
E passando dal flutto all'aere aprico
Gode la face lucida e diurna:
E mentre va, dal crin di canna ornato
Stilla l'onda or da questo, or da quel lato.
Il Tebro anch'ei dalla sua pura fonte
Usc di secco alloro avvinto il crine,
E mesto alz l'imperiosa fronte
Fuor delle maestose ampie ruine.
Giaccion nell'antro suo, del tempo all'onte,
Quanti adunaron l'aquile latine
Scettri, corone e bellicosi segni,
E mill'altri di guerra infranti ordegni.
Al fine ambo fermar l'incerto passo
L dove  Giove alla gran pompa intento;
Ne van col volto cos afflitto e basso,
Ch' della doglia lor chiaro argomento.
Il Tebro appoggia il grave fianco al sasso,
E abbandona sul petto il bianco mento;
Fisso il Danubio in volto a Giove mira,
E spesso entro di s parla e sospira.
Volgendo a sorte Giove il guardo eterno,
Vide esser giunti al suo divin convito
I duo gran Fiumi, a cui 'l dolore interno
Rendeva umle e mesto il ciglio ardito;
I duo gran Fiumi che superbo ferno
Il lor nome sonar di lito in lito.
'Qual', disse loro, 'in giorno s sublime
Cagion di doglia i vostri petti opprime?'
Alza il Tebro la fronte a queste note
Qual uom che giaccia in alta quiete immerso,
Che se alcun suon l'orecchio gli percuote
Apre il ciglio di sonno ancora asperso.
Tal ei dal suo pensier la mente scuote;
E poich il ciglio a Giove ebbe converso,
Ruppe, mentre la voce al labbro invia,
Con un sospiro al favellar la via.
'Come potr', dicea, 'meno dolente
L'aspetto sostener di mia sventura,
Se il tenor del mio fato aspro e inclemente
Ogni alimento di piacer mi fura?
Appena sorge in cielo astro lucente,
Che mel ricopre un'atra nube impura;
Appena il flutto e la procella tace,
Che mi ritorna a disturbar la pace.
E pur non basta ancor, se il ferro ostile
Di stragi e morti le mie sponde ha pieno;
Non basta ancor, se dal furor civile
La mesta Italia ha lacerato il seno;
Ch de' miei giorni il rinascente aprile
Di tema il Ciel ricopre e di veleno,
Con torre al pensier mio quel che gli avanza
Unico oggetto della sua speranza.
Vive ancor la memoria entro il mio petto
Di quel barbaro popolo e feroce
Che fe' per tema del superbo aspetto
L'onde mie ritirarsi entro la foce.
Allora io, pria solo a' trionfi eletto,
In un tratto cangiai costumi e voce,
E vidi (ahi fato rigido e severo!)
Alle mie porte il Longobardo altero.
Ma sorse inaspettata amica stella,
Mentre l'Italia del suo mal si lagna,
Dalla reggia di Francia illustre e bella
Cui ride l'onda, il cielo e la campagna;
Da Francia, a cui da questa parte e quella
Il doppio mar l'amene sponde bagna,
E dove la dottrina ed il valore
Ritenner sempre il vero lor splendore.
Indi a mio pro la forza sua rivolse,
Sceso dall'Alpi alle latine arene,
Il primo Carlo, che da me distolse
Le minacciate gi gravi catene,
E tutta Italia dal timor disciolse
Di pi mirar le sanguinose scene,
Per cui de' fiumi suoi l'onde pi chiare
Vide rosse e sanguigne unirsi al mare.
Ma d'opra cos bella a paragone
Degna merc l'eccelso Carlo ottenne;
Per che Roma nel suo crin depone
Del serto trionfal l'onor perenne.
E allor con Carlo ogn'imperial ragione
Nel germanico suol di Grecia venne;
Fu spento allora il pertinace ardore
Dello straniero e del civil furore.
Allor vestito del valore antico
Dest l'Impero i primi pregi suoi;
Poich tu l'accogliesti al seno amico,
Altrice invitta de' guerrieri eroi,
Germania altera, che l'ardir nemico
Fregio facesti de' trionfi tuoi,
E che di forza e di costanza cinta
Spesso fosti tentata, e non mai vinta.
Ma dier coloro a s bei giorni esiglio
Che dopo il primo Ottone al soglio fro:
Il terzo Enrico che dal proprio figlio
Spogliato fu dell'imperiale alloro;
E Federico che con torvo ciglio
Tolse all'Insubria il suo maggior decoro,
E tanto sciolse al suo furore il freno,
Ch'io pur n'intesi le ferite al seno.
Port in Italia con le forti schiere
Il nuovo Federico altre ruine;
Ma il corso delle sue speranze altere
Fu rotto dalla sorte in Parma al fine.
E intanto, deste le discordie fiere
Delle guelfe fazioni e ghibelline,
Fer dell'insano acciaro ai crudi lampi
Di civil sangue rosseggiare i campi.
Ma dopo tante stragi e tanti affanni
Spunt dal nostro ciel raggio divino,
Che dell'Impero a ristorare i danni
Port nella Germania il cor latino.
E quella stirpe che da' greci inganni
Fe' ritorno fuggendo al suol quirino,
Dopo aver varii nomi e forme prese,
Un ramo al fin nella Germania stese.
Di s bel ramo il fiore al Ciel pi grato
Ridolfo fu, nella cui degna prole
Ottenne il primo suo placido stato
Del vasto impero la scomposta mole.
Allor d'Italia ogni terror fugato
Fu come l'ombra a' chiari rai del sole;
E lungi dall'aspetto bellicoso
Torn l'Esperia al dolce suo riposo.
Per germe cos eccelso e sovrumano
L'imperiali insegne il Ciel condusse,
In fin che poi del sesto Carlo in mano
Dell'Impero latino il fren ridusse,
Il quale al proprio scettro e al suol germano
Nuovo splendor co' suoi consigli addusse;
E superando ogni mortal desio,
I pregi in s di tutti gli avi unio.
Per che i doni, ai quali a parte a parte
Con tanto stento ogni mortale aspira,
Cos prodigo a Carlo il Ciel comparte,
Che accolti il mondo in lui tutti gli ammira.
Ei sa di guerra, ei sa di pace ogni arte;
E mesce cos ben ragione ed ira,
Che l'ardir porge alla prudenza lena,
E la prudenza il troppo ardire affrena.
Ei con s mite impero accoglie e regge
A suo voler la sottoposta gente,
Che, mentre egli del mondo il fren corregge,
Il peso del comando alcun non sente;
Per che, quando quei ch'altrui d legge
Al giusto fa servir la propria mente,
Allor chi norma dal suo labbro attende
Compagno nel servire a lui si rende.
In s felice calma io mi giacea,
Da me deposto ogni pensiero audace,
Perch nuovi perigli io non temea
Che disturbasser la mia bella pace.
Ma torna gi de' danni miei l'idea,
Gi nel mio petto ogni speranza tace
Se manca prole a Carlo, onde si veda
Chi nel senno e nel trono a lui succeda.
Questo  il timor che dal pensier mi toglie
Col suo rigido gelo ogni diletto,
E m'offre, aim! delle passate doglie
Avanti gli occhi l'importuno aspetto.
Questo timor sul volto mio raccoglie
Tutto l'affanno entro nel sen concetto.
Questo  il timor per cui d'udir gi parmi
Le mie sponde sonar di strida e d'armi.'
Cos dicea con dolorose note,
Spiegando la sua tema, il nobil Fiume,
E in mezzo del lamento ancor non puote
Lasciare il generoso almo costume.
Ma il Danubio, ch'avea le luci immote
Fisse fin or nel pi possente nume,
Poich vide tacersi il Fiume amico
Disciolse in questi detti il labbro antico:
'Se per tal tema sol tanto dolore
Mostra il Tebro, alla cui lontana riva
Del mio gran Carlo il nobile splendore
In parte stanco dal cammino arriva,
Quanta doglia dovr chiudere al core,
Se di stirpe s degna il Ciel mi priva,
Io, che dall'ampio mio rapido flutto
Colgo del suo valor vicino il frutto?
Gi veggo, aim! che la serena luce
Del germanico ciel tutta s'imbruna,
Mentre nell'onde mie fiero riluce
L'atro splendor dell'ottomana luna.
Parmi gi rimirar barbaro duce
Che stragi e ceppi per mio danno aduna;
Parmi che il sol pi chiaro a me non splenda,
Ma che sanguigno il lume suo mi renda.
Che valmi, lasso, col veloce corso
Munir la sede de' cesarei regni?
Che valmi aver pi d'Oceno il dorso
Grave di tanti bellicosi legni?
Se quella stirpe ond'attendea soccorso,
E che tanti mi di divini ingegni,
Quella, in cui tutto il mio poter s'annida,
Senza speme mi lascia e senza guida?'
Pi volea dir, ch su le labbra meste
Tutto fuggia dal sen l'aspro tormento:
Ma Giove con la voce aurea e celeste
Ruppe nel mezzo il grave suo lamento.
Di tacito sembiante ognun si veste,
Ciascuno in lui trattien lo sguardo attento;
Ed ei: 'Non pi ,' lor disse, 'ha scosso ormai
S van timore i vostri petti assai.
Non pu perir la stirpe invitta e pia
Cui tutti son gli uomini e i numi amici;
Anzi con lei cominceran la via
Nuove serie di secoli felici.
Ma, Giuno, intanto tua la cura sia
Di fugare i sospetti a lor nemici,
E facendo d'Augusta il sen fecondo,
Render lume all'Impero e pace al mondo.'
Appena con tai detti il fato ascoso
Agli altri numi il sommo Giove aprio,
Che dal concavo speco il sasso ombroso
Di lieto plauso risonar s'udio;
E in un tratto l'aspetto timoroso
Dal volto de' due Fiumi allor fuggio;
E il passato timor su le lor ciglia
In contento cangiossi e maraviglia.
Ma la sorella dell'invitto Giove,
Poich il voler del suo germano intese,
Su la mensa celeste il braccio muove,
Ed indi in mano un aureo nappo prese;
Poscia, rivolto il nobil ciglio altrove,
A s chiam del mar la dea cortese
Che il nappo empi del suo divin liquore
Con quella man con cui governa Amore.
Chiam di poi la pi veloce ancella
Che dal suo lato mai non si diparte,
Di Taumante la figlia, Iride bella,
Cui s leggiadro aspetto il sol comparte.
A quella porge l'aurea coppa, a quella
Narra ci che far deggia a parte a parte;
Ed ella pria di Giuno il cenno intende,
Poscia in ver la Germania il corso prende.
Spiega la vaga dea le rapid'ale
Trattando l'aria placida e tranquilla,
E regge in verso il cielo il vol s eguale,
Che non cade dal nappo alcuna stilla.
E mentr'ella veloce in alto sale
Di celeste splendor tutta sfavilla,
E quel tratto del cielo ov'ella passa
Di diversi colori ornato lassa.
Giunge l dove del Danubio l'onda
All'illustre Vienna il fianco lava,
E vede sopra l'arenosa sponda
Carlo che grave e pensieroso stava.
Egli all'inquieta Tracia e furibonda
Nuove catene entro il pensier formava,
Per prevenir coi provvidi consigli
Di tutta Europa i prossimi perigli.
Aveva a lato il duce al Ciel s caro,
Eugenio, onor de' bellicosi eroi,
Quegli il cui nome va temuto e chiaro
Dal Boristene algente ai lidi eoi;
Quei che col lampo dell'ardito acciaro
Fa strada, o Carlo, ai gran disegni tuoi;
E qualor la sua mano il brando strinse,
I tuoi nemici o volse in fuga o estinse.
Al fin la diva ai vanni il moto allenta
Ed in chiuso giardin le piante posa,
L dove stava a corre i fiori intenta
La celeste di Carlo augusta sposa.
Iri la mira, e disturbar paventa
Dalla dolce opra sua la man graziosa;
Tre volte per parlarle a lei ne venne,
E timida tre volte il pi ritenne.
Pi che donna mortal, celeste dea,
Mirandola s vaga, Iri la crede,
Ch di Zeusi o di Apelle opra parea
Dal biondo crine al ritondetto piede.
Le guance e 'l petto d'un color tingea
A cui l'avorio e l'ostro il pregio cede;
E sotto i neri cigli il vivo sguardo
Volgea d'intorno a lento moto e tardo.
Poi, pensando che grave esser potria
La sua dimora alla superna chiostra,
Lascia la tema onde si cinse pria
Iride, ed improvvisa a lei si mostra.
E dice: 'Augusta, a voi Giuno m'invia
Per rendere immortal la stirpe vostra
Con questo eterno nappo, il qual ripieno
Ha d'ambrosia celeste il cavo seno.
Questo liquore aduna in s la speme
D'Europa tutta, anzi del mondo intero,
Che rimirar dopo il gran Carlo teme
Spenta la face del romano Impero,
A cui germogli dell'austriaco seme
Par che nieghi fin ora il Ciel severo.
Ma in van questo timor sua pace oscura,
Ch di stirpe s degna i numi han cura.'
Quando il felice suono ed improvviso
Di queste note Elisabetta ascolta,
Dai porporini fiori alzando il viso
Ad Iri il guardo ed il pensier rivolta;
E, aprendo i labbri in un piacevol riso
Come colei che da gran tema  tolta,
All'annunzio di ci che tanto brama
Questi dall'imo petto accenti chiama:
'E chi sei tu che di s vario lume
L'aria d'intorno ed il tuo volto tingi,
E s diverse e colorate piume,
Atte il cielo a trattare, al tergo cingi?
Sei vera diva, o pur di qualche nume
Al mio desir l'immagine dipingi?
Qual merto ho, che dal Ciel scendan gli di
Per ministrar l'ambrosia a' labbri miei?'
Riprese allor la diva: 'Iride io sono,
Di Giuno insieme e messaggiera e figlia,
Che siedo sotto il luminoso trono
Ove Giove coi Fati si consiglia.
Questo per me liquor vi manda in dono
Giuno, la diva candida e vermiglia,
Per soddisfar de' popoli devoti
Col vostro parto agl'infiniti voti.
Dal tuo seno i mortali eterna prole
Di nuovi semidei nascer vedranno,
I quai, per fin che in ciel s'aggiri il sole,
In mano il fren dell'universo avranno,
E glorioso pi di quel che suole
L'austriaco nome risonar faranno,
N lasceran del mondo ascosa parte
Ove le glorie lor non siano sparte.
Vedrassi allor col vostro scettro unita
Un'altra volta l'oriental corona,
Ch a quella destra, che a voi l'ha rapita,
Per lungo tempo il Ciel gi non la dona;
E la tua stirpe sua potenza ardita
L stender dove il gran Giove tuona;
E Giove stesso ai degni figli tuoi
Divider contento i regni suoi.
Vedrassi far dal sommo ciel ritorno
La bella Astrea di giusto acciaro armata,
Lasciando delle stelle il soglio adorno,
Fra voi mortali, onde fuggio sdegnata;
E il torbido Furor con onta e scorno
Fra i ceppi stringer la destra irata;
E torner senz'ira e senza sdegno
Del buon Saturno il fortunato regno.'
Disse: ed Augusta, che tai detti sente,
Sparge le guance di color di rose;
Indi al labbro di porpora ridente
Del soave liquore il nappo pose.
Iri, ci visto, il volto suo lucente
Fura ad Augusta, e nel fulgor si ascose
Per entro l'aria lucida e serena,
Di s lasciando la sembianza appena.
...
.
...
PARAFRASI DEL "MISERERE".
...
.
...
A Te, che Padre sei,
Volgo dolente il ciglio;
Piet d'un mesto figlio
Che chiede libert.
Uguale a' falli miei
La tua clemenza sia;
Grand' la colpa mia,
Grand' la tua piet.
Fa che da' lacci sciolto
Torni lo spirto mio
Nel tuo bel seno, o Dio,
Al tuo primiero amor.
Gli aspri rimorsi ascolto
Di cento colpe e cento,
Gi lacerar mi sento
Da mille pene il cor.
Con pena e con martiro
Conosco omai l'errore,
Il volto dal rossore
Sentomi ricoprir.
Ovunque il guardo giro
Vedomi i falli appresso,
Che contro di me stesso
Tentano d'infierir.
Innanzi agli occhi tuoi,
Chi 'l crederia, mio Bene?
Formai le mie catene,
A te mancai di f.
Troppo ne' falli suoi
L'alma si rese audace,
Ahi! di piet capace
La colpa mia non .
S, che il mio fallo eccede
Ogni demenza, e offende;
Ahi! che pi reo mi rende
Il favellar cos.
Del tuo poter la fede
Troppo  di gi palese,
Il perdonar l'offese
Sempre al tuo cor grad.
Errai Signor,  vero;
Lo dice il cor, che geme,
Ma ti rammenta insieme
La rea cagion qual fu.
Del genitor primiero
Gi sai la colpa antica,
Che sempre a te nemica
Noi trasse in servit .
So, quant' al tuo bel core
La verit diletta;
So, che desia vendetta
L'offesa Maest.
Ma non temer, l'errore
Io punir, mia Vita,
Acci si serbi unita
Clemenza e verit.
Spargi il mio core altero
Tu coll'issopo umle,
Ch'io reso a te simle
Teco trionfer.
Bench deforme e nero
Or sia nell'alma oppressa,
Pi della neve stessa
Candido diverr.
Sempre ho l'error presente,
Te 'l dissi gi, Ben mio,
Ma tu, pietoso Dio,
Scaccialo omai da te.
Togli dalla tua mente
Un s funesto oggetto;
Ma serba sempre in petto
Lo stesso amor per me.
Cerco quel cor, che tanto
A te fu grato un giorno:
Ma, oh Dio! con pena e scorno
Pi non lo so trovar.
Ah! lo perdei... ma intanto
A te ricorro oppresso;
Tu puoi quel core stesso
Nel petto mio formar.
Lungi da te pertanto
Non mi cacciar dal seno;
Dopo la colpa almeno
Resti la speme al cor.
Se i falli miei rammento,
Io temo il tuo sembiante:
Rammento il Padre amante,
Termina il mio timor.
Da che perdei tradendo
Il tuo s dolce amore,
Sempre fu mesto il core,
Pi non trov piacer.
Ma giacch a te lo rendo
De' falli suoi pentito,
Tu rendi a lui gradito
Il gaudio suo primier.
Con tanti doni e tanti
Reso al tuo amor primiero,
Il dolce tuo sentiero
Agli empi insegner.
Quanti di loro e quanti
Colla tua bella aita
Nel tuo bel sen, mia Vita,
Lieti tornar vedr!
Sciolto il mio spirto intanto
Da' lacci ond'era stretto,
Ti vide, o mio Diletto,
E pi tacer non sa.
Deh! tu gl'inspira il canto;
Spiragli tu gli accenti,
E in dire i tuoi portenti
Il labbro esulter.
Diranno i labbri miei
Che ci ch'io posso e sono
Tutto fu gi tuo dono,
Tutto fu tuo favor:
Che tu pietoso sei,
Che sempre a me fedele,
Bench ti fui crudele,
Mi seguitasti ancor.
Esulteranno appieno
Quel s felice istante
Quando sciogliesti amante
La dura servit .
Diran... ma di te meno
Son sempre i detti loro;
Tacendo, o mio Tesoro,
Forse diran di pi .
Taccian; ch'io gi su l'ara
Corro a destar faville;
Ed ivi a mille a mille
Vittime svener.
Con pompa a te s cara
Arsi saran gli armenti,
Ed io con grati accenti
Tue lodi esprimer.
Ma no; le forme antiche
Pi non ti sono accette,
Vittime pi dilette
Brami, Signor, da me.
Le voglie mie nemiche,
I folli sdegni miei,
Tutti gli affetti rei
Far caderti a' pi.
Quando contrito e umle
Ti vedi innanzi un core,
Deponi ogni rigore,
Pi non ti sai sdegnar.
E bench abbietto e vile
Sia per li falli suoi,
Dimesso a' piedi tuoi
Pi non lo sai sprezzar.
Ma de' tuoi raggi al lampo,
Sciolto ogni velo oscuro,
Fra l'ombre del futuro
Sentomi trasferir.
Gi del tuo ardore avvampo,
Gi mi s'accende il petto;
Oh qual giocondo oggetto
Gi veggo comparir!
S, caro Ben, ti miro
Scender dal patrio cielo,
Cinto di un fragil velo,
Ebbro per noi d'amor.
Stupido gi t'ammiro
Vagire in cuna infante,
E offrirti in croce amante
Vittima al Genitor.
Del tuo bel sangue aspersa
Sorger vegg'io la bella
Gerusalem novella,
Che sposa tua sar.
Veggio di gi dispersa
Gerusalemme antica:
Fatta di te nemica
Al nascer tuo cadr.
I sacerdoti e l'are
Pi non saranno in lei;
Pi non avranno i rei
Vittime per offrir.
L'acque s belle e chiare
S'arresteran ne' fonti,
Piani vedransi i monti,
I fiumi inaridir.
La sprezzerai tu stesso,
Volgendo i lumi tuoi
A chi ne' sguardi suoi
Il tuo bel cor fer.
Sempre sarai d'appresso
Alla novella amante,
Seco sarai costante
Sino al finir dei d.
D'ardire il cor ripieno
Non temer gli affanni;
De' barbari tiranni
L'ira disprezzer.
A lacerarle il seno
Verranno i figli stessi:
Ma, debellati e oppressi,
Ella trionfer.
I muri suoi saranno
De' suoi seguaci insieme
La fedelt, la speme
E l'infiammato amor.
Su lei pi non avranno
Poter le ferree porte,
N i regni della morte
Le recheranno orror.
Vittime elette allora
Accetterai d'amore,
Che grate al tuo bel core
Si sveneranno a te.
Anzi tu stesso ancora
Sarai... Ma a tanto, oh Dio!
Non giunge il pensier mio:
Troppo sarai per me.
Taccia Davidde intanto,
Ch'io pi felice appieno
Dal tuo paterno seno
Cerco, Signor, piet;
E gi disciolto in pianto
T'offro quel core altero,
Che vinto e prigioniero
Sospira libert.
Pur troppo  ver, che reo
Di mille colpe io sono;
Ma meco serbo un dono
Di queste assai maggior.
La tua bont mi feo
Degno di tanto, ed io
Seguendo il tuo desio,
Te l'offro, o Genitor.
T'offro lo stesso Figlio,
Che, gi d'amore in pegno,
Ristretto in picciol segno
Si volle a me donar.
A lui rivolgi il ciglio,
Mira chi t'offro; e poi,
O gran Signor, se puoi,
Lascia di perdonar..
...
.
...
INNO A SAN GIULIO.
...
.
...
Giulio, splendor de' martiri,
Di morte sprezzator,
Speme, sostegno, amor
De' tuoi divoti:
Propizio ah! tu dal ciel
D'un popol fedel
Seconda i voti.
Tu che in et s tenera
Eletto a guerreggiar,
Non abile a pugnar
Vincer sapesti:
Nel nostro imbelle cor
Parte del tuo valor
Fa che si desti.
Tu, che per man del barbaro
Che teco incrudel
Su l'alba de' tuoi d
Giungesti a sera,
Ne affretta a dar di f
Su l'orme del tuo pi
Prova sincera.
Tu, che seguace ed emulo
De' prodi Maccabei
Conti fra' tuoi trofei
L'ira d'un empio,
Insegnane a soffrir,
Accendine a seguir
S grande esempio.
Tu, che d'offrirti in vittima
Al sommo eterno Ben
D'Isacco avesti in sen
Tutto il desio,
Fa che ciascun di noi
Offra gli affetti suoi
Vittime a Dio.
Tu, che d'Abele il merito
Potesti conseguir
E vivere e morir
Sempre innocente,
Fa che de' tuoi candor
In noi sfavilli ognor
La brama ardente.
Tu, che nel ciel t'illumini
A' rai del primo Ver,
E puoi per lui veder
D'ogni alma i moti,
Propizio ah! tu dal ciel
D'un popolo fedel
Seconda i voti.
...
.
...
PEL SANTO NATALE.
...
.
...
Gi porta il sol dall'Oceno fuore
Il suo splendore, e va spargendo intorno
Novello giorno di letizia ornato
Pi dell'usato.
Scuotono i pini dall'antica chioma
L'orrida soma che li tiene oppressi,
E i monti anch'essi l'agghiacciate fronti
Sciolgono in fonti.
La valle e il prato in quelle parti e in queste
L'erbe riveste, e di fiorita spoglia
Lieta germoglia, che da sciolta neve
Vita riceve.
E pure il verno or or del pigro gelo
Il bianco velo avea per tutto steso,
E d'ira acceso Borea, ove correa,
Nembi movea.
Ah ben conosco omai l'alta cagione
Che s dispone gli elementi tutti.
Non pi di lutti e doglie il nostro petto
Sar ricetto.
Nato sei tu, che con eterne leggi
Il moto reggi alle celesti sfere,
E alle nere tempeste il freno e ai venti
Stringi ed allenti.
Nato sei tu, dal cui cenno e potenza
Pende l'essenza e il corso delle cose,
Che sono ombrose agli occhi de' mortali
Deboli e frali.
Quello tu sei che agli elementi diede
Natura e sede, e li compose in pace,
Perch del sol la face, un tempo oscura,
Sorgesse pura.
Tu alla terra ed all'acqua il basso loco,
E desti al fuoco pi sublime sfera,
E la sincera e pura aria dappresso
Ponesti ad esso.
Quello sei tu che cre l'uom primiero
Che, il grande impero disprezzando, morse
Il pomo, e corse in braccio al suo periglio
Senza consiglio.
Tu, per corregger l'uman germe immondo,
Festi del mondo un elemento solo,
S ch'alcun ruolo non rimase asciutto
Dall'ampio flutto,
Quando sal di Proteo il gregge fido
Sul caro nido degli eterei augelli,
E i daini snelli, non trovando sponda,
Notar su l'onda.
Or che d'alta piet per noi si muove,
In forme nuove ad emendar ci viene,
Non con le pene gi dovute a noi
Dai sdegni suoi,
Ma pigliando in se stesso i propri affanni
Per torci a' danni delle colpe gravi,
E acci si lavi un infinito male
Con pena eguale;
Ei mir noi come sdruscito legno
Fra l'aspro sdegno d'Aquilone e Noto,
Che, per l'ignoto pelago fremendo
Fan suono orrendo.
E come dopo un'orrida procella
Amica stella a' naviganti appare
Che quieta il mare, e col suo lume fido
Gli adduce al lido,
Tale il suo aiuto e 'l chiaro esempio sorge
Che l'alme scorge a godimento eterno,
Che mai per verno o per estivo ardore
Languisce o muore.
Or gli alti colli abbasseran le cime,
E l'ime valli sorgeran fastose,
E diverran le vie scabrose e strane
Facili e piane.
Il superbo, che vil se stesso rende
Perch dipende dall'ossequio altrui,
I fasti sui lasciando, al nume vero
Volga il pensiero.
E allor gli fia quella virt concessa
Che da se stessa trae sommo piacere,
Non dall'altere pompe e dagli onori
Di gemme e d'ori.
Or che l'Autore della pace  nato,
In ogni lato si diffonde lieta,
E tutte accheta le feroci genti
Di sdegni ardenti:
Talch il furor dell'aquile latine,
Ch'aspre ruine ragunava intorno,
E sempre adorno di novello acquisto
Scorrer fu visto,
Traendo dietro de' romani segni
Province e regni debellati e vinti,
E i regi avvinti ne' trionfi suoi
Da' lidi eoi,
L'armi depone, ed in aratri duri
Cangia le scuri sanguinose e fiere,
E le guerriere spade e i fasci ostili
In falci umli.
...
.
...
I VOTI PUBBLICI.
...
.
...
Ah non  dunque ver ch'ogni dolore
Del tempo a fronte indebolisca e ceda!
E che a lui, ch'ogni d perde vigore,
Serena al fin tranquillit succeda!
Quel che inond, Teresa, il tuo bel core,
Mostra che, quando a questo segno ecceda,
 del tempo il potere argine angusto
A dolor cos grande e cos giusto.
Gi rinnov ben dieci volte il giro
La seconda del ciel lucida face,
N scintillarti in fronte ancor rimiro
Un languido balen, nunzio di pace.
Oggi, tal si palesa il tuo martiro
Qual fu nell'atro d fiero e vivace.
Ma come opporsi a s crudele affanno?
No, Augusta, io piango teco, io nol condanno.
Chi l'audace sar che ardisca e voglia
L'affanno condannar che nutri in seno?
Che a s profonda e ragionevol doglia
Temerario pretenda imporre il freno?
Ah, quando d'ogni gioia il Ciel ti spoglia,
N puoi sperar, n lusingarti almeno
Che il tuo stato crudel mai pi si cangi,
Ah chi mai pianger, se tu non piangi?
Spera il seren l'agricoltor che vede
Dall'ondoso furor sommersi i campi;
Calma, che al fine al tempestar succede
Spera il nocchier fra le procelle e i lampi;
Spera talor del suo nemico al piede
L'atterrato guerrier ch'altri lo scampi;
Ma non spera il tuo cor cangiar mai tempre:
Perd il suo bene, e lo perd per sempre.
E chi perd! Quel degno eroe che accrebbe
Tanta al tronco natio gloria e decoro;
Il magnanimo, il grande, il giusto ond'ebbe
Nuovo splendore l'imperiale alloro;
A cui di s men che degli altri increbbe
Che proprio reput l'altrui ristoro;
In cui piangono i popoli e le squadre
Il rege, il duce, il cittadino e il padre.
Fin dalla cuna alimentar costante
Un primo, un solo, un fido amor pudico,
E vedersi dal fato in un istante
Rapir lo sposo, il consiglier, l'amico;
Cento trovarsi ogni momento innante
Care memorie del contento antico;
Da mille bocche udir l'amato nome
Chiamar piangendo, e consolarsi! Ah come?
Se de' figli talor cerchi ne' visi
La gioia che il tuo cor trarne solea,
Inasprisce il dolor mentre ravvisi
Le tracce in lor della paterna idea.
Da qual tronco i bei rami abbia divisi
Il funesto tenor di sorte rea
Pensi; e vai ripetendo in voci meste:
'Qual, figli miei, qual genitor perdeste!'
Quando il piacer d'un fortunato evento
Ti desti in sen lieti tumulti e novi,
Quel, con cui dividevi ogni contento,
Vai cercando per tutto, e pi nol trovi.
Quando vago il destin del tuo tormento
Gl'insulti suoi contro di te rinnovi,
Di lui ti manca, a sostener lo sdegno,
L'usato, il caro, il fido tuo sostegno.
In van per te va rivestendo aprile
Le verdi sue, le sue fiorite spoglie;
Ogni oggetto pi vago e pi gentile
Nessun per te breve ristoro accoglie:
Volge lontan, fuor dell'usato stile,
La gioia il pi dalle dolenti soglie;
Per te, quasi raminga in clima ignoto,
Desolata  la reggia, il mondo  vuoto.
Tutto (ah pur troppo  ver!) tutto ravviva
Il duol che accogli in sen, versi dal ciglio:
 ver, d'ogni tuo bene il Ciel ti priva;
Piet chiede il tuo caso, e non consiglio.
Ma doglia ormai s pertinace e viva
Quando te stessa, oh Dio! mette in periglio,
Se d'oppormi al torrente ardito io sono
Delle lagrime tue, merto perdono.
Se a rivocar ne somministra il pianto
I decreti del fato ombra di speme,
Eccoci pronti a meritarne il vanto:
Tutti sarem con te; piangasi insieme.
Ma, perch un'alma il suo deposto ammanto
Rivesta, in van si piange, in van si geme;
E, se il fato  implacabile e inumano,
Piangerem sempre, Augusta, e sempre in vano?
Te a pianger sol del tuo bel vel mortale
Non cinse chi del Ciel siede al governo;
Avrebbe allor costato il tuo natale
Cura molto minore al Fabbro eterno.
Tal maest t'impresse in volto, e tale
Infuse al tuo gran cor vigore interno,
Che vede ognun che questa sua divina
A ben altro che al pianto opra destina.
Quei che un ordigno a fabbricar s'ingegna
Che vaglia il corso a misurar del sole,
D'esso a ogni membro il ministero assegna
Onde ai moti del tutto utile il vuole;
E se non compie alcun ci che disegna
L'industre autor dell'ingegnosa mole,
Alla man che il form mentre contrasta,
Quanto il fabbro ide conturba e guasta.
Quai prove di valor, quai fatti egregi
Voglia da te, ben chiaramente ha mostro
Chi con tante virt , con tanti pregi
Nascer ti fe' tra le corone e l'ostro.
Vuol che questo sia l'astro onde si fregi,
Onde prenda il suo nome il secol nostro;
Onde che renda i troni illustri e chiari
L'et presente, e la futura impari.
Ma come, se una volta argine e meta
Agli eccessi del duolo impor non sai,
Come con mente mai tranquilla e lieta
Il disegno del Ciel compir potrai?
Ah del tenero core i moti accheta;
Riconslati al fin: piangesti assai.
Questa prova tu di d'anima forte
A te stessa, a noi tutti e al gran consorte.
A te la di che dalla prima aurora
Sol di gloria nutristi i pensier tuoi,
Ed impegnasti il pi tenero ancora
Sul difficil cammin de' grandi eroi;
Onde qualunque ammiratore adora
Di Teresa la fama e i gesti suoi,
Delle umane maggior varie vicende
Ed eguale a se stessa ognor l'attende.
I tuoi furon cos grandi ed illustri
Per le strade d'onor vestigi primi,
Tai desti nel girar di pochi lustri
Di costanza viril prove sublimi,
S grave avvien che agli scrittori industri
Gi il narrar l'opre tue peso si stimi,
Che prima che cangiarsi i tuoi costumi
Par che al fonte tornar possano i fiumi.
A te la di che sul fiorir degli anni,
Quando l'eccelso genitor perdesti,
Mille intorno adunar gli astri tiranni
Nembi di guerra al soglio tuo vedesti;
E conservar fra le minacce e i danni
L'animo invitto, ed affrontar sapesti,
Con Dio nel cor, con la ragione allato,
Tutto insieme a tuo danno il mondo armato.
A te, che quando il tuo pi caro pegno
All'ungaro valor fidasti ardita,
(Quel che or, cinto del serto ond' ben degno,
Degli avi eroi gi le bell'opre imta),
E udisti l con amoroso sdegno
Offrirti in sua difesa e sangue e vita,
Intrepida mirar d'un regno tutto
Le lagrime sapesti a ciglio asciutto.
Che cristiana eroina ognor fra l'onte
Dell'avversa fortuna e fra i perigli,
Pia vide il mondo umiliar la fronte
Ai supremi di Dio saggi consigli,
E a lui donar con fide voglie e pronte
Gli amici, i regni, il genitore, i figli;
Insegnando cos che i doni sui
Non perdiam noi, se li rendiamo a lui.
A te la di, cui d'Ocen crudele
Mai l'ira indusse a sospirar la sponda,
N troppo audace a sollevar le vele
Di prospera fortuna aura seconda;
Ma in lieta calma e in suo tenor fedele
Qual d'Olimpo le cime ognor circonda,
Sempre mirasti o torbidi o ridenti
Sottoposti al tuo pi gli umani eventi.
A te la di, cui per suprema legge
Scemar col duolo i giorni tuoi non lice;
Anzi amar di te stessa; e a chi ne regge
Dell'esistenza tua sei debitrice.
L'amor di s, cui la ragion corregge,
 d'ogni giusto amor fonte e radice:
Da questo ogni altro nasce e si dirama,
Ed altri amar non sa chi s non ama.
Di questo amor, che d'ogni amore  norma
Le pi belle virt seguon la traccia;
Egli in s non s'accheta, e in nuova forma
In altri dilatarsi ognor procaccia;
Ed in suo l'altrui ben cos trasforma,
E in nodo tal l'umanitade allaccia,
Che forman poi sotto il suo dolce impero
Tante parti divise un tutto intero.
 un mar che, sol delle native sponde
Entro il confin di rimaner non pago,
S'apre incognite vene e si diffonde
Ove in fonte, ove in fiume ed ove in lago;
E le nascoste viscere profonde
Della terra scorrendo errante e vago,
Or torna, or parte; e mentre parte e torna
Tutto amico feconda e tutto adorna.
Da questo amor, che d'innocenti e vive
Fiamme di carit l'anima accende,
Che a te come ad ogni altro il Ciel prescrive,
Nasce l'amor che tutti noi comprende.
Nuociono a noi le angustie a te nocive;
Offende noi ci che te sola offende;
E per dover di carit verace
A noi, non men che a te, di la tua pace.
A noi la di, dispersa greggia errante
Fra dirupi d'orror cinti e coperti,
Usata a regolar dal tuo sembiante
Per le strade fallaci i passi incerti,
Ch'or cerca in van la conduttrice amante
Da cui le sieno i chiusi varchi aperti;
E palpita e sospende il pi dubbioso
Timida ognor d'un precipizio ascoso.
Se la fiducia nostra a tanto ascese
Che ciascun madre sua ti creda e chiami,
Da' benefci tuoi, da te l'apprese,
E i benefci tuoi son tuoi legami.
Legge  del Ciel, che ognun la man cortese
Del suo benefattor rispetti ed ami;
E che in lacci d'amor forse pi sodi
I propri autori il beneficio annodi.
Le vergini che sol di puri affetti
L'esempio tuo, la tua pietade accende,
Chiedendo van ne' casti lor ricetti:
'Dov' chi ne alimenta e ne difende?'
Gli educati da te germogli eletti,
Onde il pubblico ben sostegno attende,
Cercando van, van replicando in vano:
'Della nostra cultrice ov' la mano?'
Temon, vedendo ascose a' rai del giorno
Le vive di piet sorgenti amiche,
Alle miserie lor di far ritorno
Le soccorse da te turbe mendiche;
Co' figli suoi la vedovella intorno
Trema all'idea delle indigenze antiche,
E dice lor con lagrimosi accenti:
'Ah di voi che sar, figli innocenti!'
Il duolo,  ver, lo so, gi non raffrena
Del benefico rio l'onda pietosa;
Sempre viva ella scorre, e in larga vena;
Ma la sorgente  agli occhi nostri ascosa:
E chi oppressa ti sente in s gran pena,
Ed ha sempre per te l'alma dubbiosa,
Trema che al fin di tanta doglia a fronte
Ceda il tuo frale, e inaridisca il fonte.
Se a noi Cintia del sol toglie la vista,
Copre sol, non estingue il suo splendore;
Ma la terra per tutta s'attrista,
E cangia aspetto all'improvviso orrore:
Spessa l'aria diventa, e peso acquista;
Languisce l'erba, impallidisce il fiore,
Si rinselvan le fiere, e da ogni lido
Fuggon gli augelli innanzi tempo al nido.
Siam troppo avvezzi ad ammirar quel volto
Che amor, che f, che riverenza inspira:
Quel ciglio in cui del Ciel tanto  raccolto,
S pronto alla piet, s tardo all'ira;
Quel dolce suon che dal tuo labbro  sciolto
E il nostro arbitrio a suo talento aggira;
Quel che da ogni atto tuo lume si spande,
Sempre egual, sempre fausto e sempre grande.
Ah s, vinci il dolor, torna ridente;
Tutto il mondo da te l'implora e geme,
Oh d'un popol fedele astro clemente,
Madre, guida, sostegno, asilo e speme.
Dona quel pianto a noi, da cui risente
Sollievo il duol che t'amareggia e preme.
Nuovo a pro della greggia a te commessa
Per te non  sagrificar te stessa.
N d'impor fine al pianto, ancor che giusto,
L'eroica impresa che il tuo cor rifiuta
Solo a te, solo a noi, ma al grande, augusto
Sposo istesso che piangi, oggi  dovuta.
In due voi foste un solo in questo angusto
Carcere uman che sue vicende muta:
Or tu sei sola, e, perch sola sei,
Le tue parti e le sue compir tu di.
Di per te, di per lui ferma e sicura
I pensieri impiegar, gli studi amici
A pro di quei ch'ei t'ha lasciato in cura,
Di scambievole amor pegni felici;
Ma se fa il duol, che la tua mente oscura,
Tremar la man ne' suoi materni uffici,
Il duol, che meno all'opra atta ti rende,
I figli insieme e il genitore offende.
Pianta feconda al variar dell'anno
Se d'inclemente ciel langue ai rigori,
Come formarsi e prosperar potranno
In frutti ancor non maturati i fiori?
Se grande  poi de' cari figli il danno,
I propri danni tuoi non son minori:
Onde il padre non sol co' pianti tui,
Ma l'amante e lo sposo offendi in lui.
Non creder gi che alla grand'alma, accolta
Nell'eterno seren ch'or la rischiara,
Sia grato in tanto duol veder sepolta
L'amata del suo cor parte pi cara.
No, quell'alma da te non  disciolta;
Anzi ad amar con pi vivezza impara,
Or che allo sguardo suo meglio  palese,
Quanto bella  la fiamma in cui s'accese.
S, t'ama ei pi ; s, sembri a lui pi bella,
Or che il peso terren pi non l'affanna,
Che avvolto pi non si ritrova in quella
Nebbia mortal che il veder nostro appanna;
N gi dall'apparenza, al ver rubella
Talor fra noi cos che il guardo inganna,
Ma ne' principii lor, non pi dall'opre,
Qual pria solea, le tue virt discopre.
Tutto or discopre il tuo bel core; or vede
Com' la propria immago in quello impressa!
Qual fu, qual , qual rimarr la fede
Ivi nata per lui pria che promessa:
E che, se ben quello ogni esempio eccede
Ond'hai per lui tua tenerezza espressa,
Paga non fosti mai, n quel che oprasti
A quel mai s'eguagli che oprar bramasti.
Tutto questo egli or vede; e in sen del vero
N oblio, lo sai, n sconoscenza annida;
E l'offende il timor che il suo pensiero
Per volger d'anni ei mai da te divida.
Acceso ognor del puro ardor primiero
L'avrai di questo mar per l'onda infida,
Come pria d'uman vel, cinto or di luce,
Sempre amico, compagno, amante e duce.
Ma folle io son che, a suggerir non atto
Le vie sicure onde sottrarti al duolo,
Mal le parole al desiderio adatto,
E parte al ver della sua forza involo.
Nulla ignori, lo so: son vane affatto
L'arti con cui ti parlo e ti consolo.
 giusto, il sai, che la ragion ti guidi,
E non di lei, del tuo vigor diffidi.
In un vasto ti par pelago ignoto
Naufraga errar col nero flutto ai fianchi;
Che gi vigor per sostenerti a nuoto,
Forza i respiri ad alternar ti manchi;
Ch'ormai sen vada ogni tua speme a vuoto;
Che in vano ormai la tua virt si stanchi;
Che per te nell'orror che ti circonda
Porto pi non vi sia, stella, n sponda.
Ah non  ver; l'onnipotente mano
Che l'alma tua s fedelmente adora,
Che mai fin or non implorasti in vano,
Dal capo tuo non si ritrasse ancora.
Fdati anch'oggi al suo poter sovrano
Con quella f che avesti in esso ognora;
E, rivolti a lui solo i tuoi pensieri,
Te maggior troverai di quel che speri.
Quel giustissimo Dio, senza il cui cenno
Nulla nel ciel, nulla quaggi si muove,
Sa ben meglio di noi quali esser denno
Le forze eguali a cos dure prove:
E quando pur l'altrui costanza o il senno
De' mali il peso a sostener non giove,
Ad ogni alma che speri, ancor che stanca,
L'assistenza del Ciel giammai non manca.
Quella dal cielo ad inondarti il petto
Discender sentirai grazia divina,
Quella che il fren d'ogni terreno affetto
Modera a voglia sua come regina;
Che di nostra possanza empie il difetto,
Che avviva il cor, che le virtudi affina,
Che non sol ne avvalora e ne sostiene,
Ma nostro, oprando in noi, merto diviene:
Quella per cui pot sprezzar d'un empio
Altri esposto alle fiere il fasto e l'ire,
Altri cantar come in sicuro tempio
Inni al suo Dio nelle fornaci assire;
Per cui l'invitta Ebrea mir lo scempio
Di sette figli, e non scem d'ardire;
Per cui, qualora a viva f s'innesta,
Si dividono i mari, il sol s'arresta.
S, quella fonte che perenne e chiara
Dalla Cagion d'ogni cagion deriva,
Che di salubre umor mai scorse avara,
Si spande ancor per te limpida e viva.
A te sar nella tua doglia amara
Come a languido fior la pioggia estiva;
E sollevando al fin la fronte oppressa,
Sarai cangiata e ammirerai te stessa.
Lo spero; e intanto a sollevarti anch'io
Dal peso anelo, ond'hai la mente onusta;
Ma facondia non vanta il labbro mio,
Quale al caso convien, dolce e robusta.
Non basta alle bell'opre il sol deso;
Troppo ah mi manca, io non l'ignoro, Augusta.
Tanto osar non dovrei; ma il zelo  tale,
Ch'osa tentar quel che a compir non vale.
Veltro fedele, ove un infesto assaglia
Folto stuolo il pastor che l'ha nutrito,
A difenderlo sol bench'ei non vaglia,
D'affetto pi che di vigor munito,
Suo poter non misura, oltre si scaglia,
Affronta i rischi inutilmente ardito;
E se di lui maggior troppo  l'impresa,
La grata almen sua fedelt palesa.
Ah fosse il regio plettro a me concesso
Che s'ud sul Giordano al secol prisco!
D'ogni affanno sedar saprei l'eccesso;
Ma, oh Dio, non l'ho, n d'implorarlo ardisco.
Rapito nel tuo duol fuor di me stesso,
Sol per costume incolte rime ordisco,
E, senza alcun propormi o merto o vanto,
A seconda del core, io piango e canto.
Padre del Ciel, se non le mie, che sono
Figlie d'un'alma in troppo fango involta,
Quelle almen che t'invia d'intorno al trono
Tanto popol fedel, suppliche ascolta.
Fu pur di tua piet Teresa un dono:
Ah non lasciarla in tanta doglia avvolta!
Sol puoi tu consolarla, e sol tu puoi,
Qual donata a noi fu, renderla a noi.
...
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...
LA PUBBLICA FELICITA'.
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...
Eterno Dio! di quanta insania abbonda
Quell'audace desio ne' petti umani,
Che ambisce presagir della profonda
Sapienza infinita i sacri arcani!
Calme un prevede, ed in quei flutti affonda
Che stolto immagin sicuri e piani;
Un predice naufragi, e dove assorto
Dall'onda esser credea, ritrova il porto.
Chi di noi, chi nol sa? chi nel contento
Non ha in sen de' terrori ancor la traccia?
Chi obliato d'un rischio ha lo spavento
Che credemmo castigo, e fu minaccia?
E minaccia pietosa, e che di cento
Lieti eventi, o Teresa, i semi abbraccia;
Che a te prova il favor degli astri amici,
Che pi saggi noi rende e pi felici.
Trascorso oltre i confini ormai vedea
L'ardir de' falli nostri il gran Motore,
E pens che a salvarne al fin dovea
La sua misericordia usar rigore.
Di l, dove in tre faci unico ardea,
Lampeggiar fe' di sdegno il suo splendore;
Le sue luci quaggi gir severe,
Strinse il flagello e ne tremr le sfere.
E qual fu la minaccia, onde alle cose
L'apparenza cambi tranquilla e lieta?
I castighi non gi di cui propose
La terribile scelta al re profeta:
Non fiamme altrici, non procelle ondose,
Non la chiusa nel suol forza segreta
Con cui scuote la terra, e ne' suoi sdegni
Sovverte le citt, spaventa i regni:
In te ne minacci. Parve che avesse
Deciso gi fra i sommi cori eletti
Te chiamar, noi privarne; e tutti oppresse
Assaliti in te sola i nostri affetti.
N solo in noi l'alto terror s'impresse,
Ma trem co' tuoi figli e tuoi soggetti,
Dove nulla da te si teme o spera,
Per l'onor suo l'umanitade intera.
Oh Dio, qual fu quel primo istante atroce
Che in mar d'affanni il popol tuo sommerse!
Quai divenimmo a quella prima voce
Che il letal tuo periglio a noi scoperse!
Sent gelarsi ogni alma pi feroce;
Nessun di pianto le pupille asperse,
Ch ognun di noi, l'infausta voce udita,
Senza moto rimase e senza vita.
Ma non cos nel memorando giorno
In cui l'augusto figlio avendo accanto,
Pronta a lasciar questo mortal soggiorno,
Di cibo ti nutristi eterno e santo.
Allora ognun corse alla reggia intorno;
L il gelo d'ogni cor si sciolse in pianto;
Ruppe il dolore i suoi ripari e, sciolto,
D'ogni labbro dispose e d'ogni volto.
N gi rest nelle cesaree soglie
Il duol che quivi in ogni cor s'infuse;
Ma in quanti il cerchio cittadino accoglie
Vincitor dilatossi e si diffuse;
E alternando in ognun costumi e voglie,
Quasi fin con l'insania ei si confuse:
Tutti fummo atterriti, e lo spavento
In noi s'espresse in cento forme e cento.
Chi di s fuor con mal sicuro piede
Senza disegno e retrocede e avanza;
Chi del tuo stato ad ogni ignoto chiede,
Mendicando alimenti alla speranza.
Cerca un l'amico, e innanzi a s non vede
La domestica a lui nota sembianza;
Altri a parlar s'affretta e si confonde,
Altri piange richiesto e non risponde.
Solima non avea pi tetro aspetto
Quando portaron l'ultime ruine
A lei, di crudelt ben degno oggetto,
Le ministre di Dio spade latine;
Non di Betulia il popolo ristretto
Dall'armi assire in misero confine;
Non di Ninive, allor che il d tremendo
Vide vicino e l'evit piangendo.
Spettacolo s fier vedere esposto,
Grande Augusta, al tuo ciglio io non vorrei;
Il materno tuo cor non m' nascosto;
Troppo della tua pena io tremerei.
Io so che il vidi, e non ho ancor deposto
L'affanno onde fur vinti i sensi miei;
E bench su la sponda al fin mi veggio,
Con l'alma ancor fra le tempeste ondeggio.
Ma vorrei ben che di ciascun che geme
Udito avessi fra i confusi accenti
I tuoi pregi esaltar, che tutti insieme
Di perderti il timor fece presenti;
Come fondi ciascuno in te sua speme,
Come t'ammiri ognun, come rammenti
Le amorose tue cure, e qual ti renda
Del benefico amor grata vicenda.
A chi sovvien come tu volgi altrui,
Sol che ricorra a te, benigno il ciglio;
A chi, qual dier pronto soccorso a lui
La tua man, le tue cure, il tuo consiglio;
Chi pegni ha in s de' benefci tui,
Chi gli ha nel genitor, chi gli ha nel figlio;
E non sol t'ama ognun madre e signora,
Ma ognuno in te la Provvidenza adora.
Oh benefico amor, forse il pi grande
Fra gli attributi del Fattore eterno!
Oh sorgente immortal d'opre ammirande,
Oh contento de' giusti, e premio interno!
Chi all'ardor che da te fra noi si spande
De' moti del suo cor fida il governo,
Somiglia a lui dalla cui mano usco
Quanto un mortal pu somigliarsi a Dio.
Tu rendi sol la maest sicura
Di sorte rea contro l'ingiurie usate,
Non le fosse profonde o l'erte mura,
I cavi bronzi o le falangi armate;
Ch non basta a disciorre una sventura
In vincolo d'amor l'alme legate:
Ma quella f cui sol timore aduna
Non cede d'incostanza alla fortuna.
Quanto infelice  chi non sa qual sia
D'un benefico core il dolce stato!
Chi i merti altrui, gli altrui bisogni oblia,
E che solo per s crede esser nato!
In van di fedelt prove desia
Da chi ragion non ha d'essergli grato.
Mal, dove amor non , fede si cerca,
N con altro che amore amor si merca.
Il tuo rischio crudel ben manifesta
Che alla forza d'amor null'altra arriva,
O Teresa immortal, prova di questa
Eterna verit presente e viva.
Ad evitar la sorte tua funesta,
Nel pianto universal quasi appariva
Che volesse il comun fervido zelo
Co' prieghi suoi far violenza al Cielo.
Oh in quali palesr preci sincere
Il lor di vero amor tenero eccesso
Le affannate per te supplici schiere
D'ogni et, d'ogni grado e d'ogni sesso!
Non con fronte sicura o ciglia altere,
Ma di cor, ma di volto ognun dimesso,
Che l'oppresso vigore in te ritorni,
Ed a prezzo de' suoi chiede i tuoi giorni.
L'improvviso terror che la serena
Faccia cambi della citt confusa
Crede ciascun che al suo fallir sia pena,
E reo del rischio tuo se stesso accusa;
Inonda il sen di lagrimosa piena
Che dal cor ravveduto esce diffusa;
E mentre ai prieghi il pentimento accoppia,
All'ardente pregar forze raddoppia.
L'immenso stuol di tante preci e tante,
Cui penitenza e amor vigore inspira,
Novella qualit prende e sembiante
Atto del sommo Padre a franger l'ira;
E con fiducia che non ebbe innante
S'innalza a volo, ed alle stelle aspira,
Come lucida suol fiamma leggiera
Aspirar per natura alla sua sfera.
Mosser lo stuolo ad incontrar le belle
Virt dell'alto empiro abitatrici,
Le pi fide di Dio gradite ancelle,
Tue custodi, o Teresa, e tue nutrici,
Del celeste seren vive facelle,
Degli eterni decreti esecutrici,
Pronte sempre a prestar consiglio e guida
A qualunque quaggi di lor si fida.
Quella v'era che un d l'alma dubbiosa
Sul Moria assicur del fido Abramo;
L'altra che resse in picciol legno ascosa
La scarsa allor posterit d'Adamo;
E quella alla di cui cura pietosa
Le aperte vie del Ciel tutti dobbiamo,
Che il fallo a compensar dell'uom primiero
Il pi grande comp d'ogni mistero:
Quella che ha, qual nocchiero all'onde in seno,
La man sempre al timon, l'occhio alla prora;
Quella che con ragion, qual pi qual meno
Meritevole o reo, punisce, onora;
Quella che regge agli appetiti il freno;
Quella che noi rinfranca ed avvalora:
E l'altre che son rivi al par di queste
Del primo d'ogni ben fonte celeste.
Per esse entrar nella stellata sede
Dove non giunser mai voti profani,
Ai prieghi nostri, e penetrar si diede
Della luce immortal gli abissi arcani.
E Quei che tutto sa, che tutti vede
Nelle sorgenti lor gli affetti umani,
Del pietoso pensier che in sen gli nacque
Vide l'opra adempita, e si compiacque.
Vide in un punto i nostri cori e vide
Che in sen d'ognun di pentimento aspersi
De' sensi rei fra le lusinghe infide
Non eran pi miseramente immersi;
Che pronti a seguitar scorte pi fide
Detestavan lor falli, a lui conversi;
E che in pegno di grazia e di perdono
Imploravan d'Augusta i giorni in dono.
Fraterno amor vide ne' petti e pace
Gi di vendetta alberghi e d'ira stolta:
Dove prima annidava il fasto audace,
La modesta umilt vide raccolta;
E l'ardente d'aver cura tenace
Che tutti oblia, che sol se stessa ascolta,
Nella pronta a giovar, tanto a lui grata
Generosa piet vide cangiata.
Il divino Pastor, che di sua voce
Cos mir commosso al primo invito
Ed al sicuro ovil pronto e veloce
Il ribelle tornar gregge smarrito,
Placossi e, dileguando il rischio atroce
Onde ognun giustamente era atterrito,
Tutta la terra in te, che sei sua cura,
Del pi bel dono suo rese sicura.
In quai proruppe esterni segni e in quanti
La vera d'ogni cor gioia eccessiva,
I grati inni festivi, i lieti pianti
No, possibil non  ch'io mai descriva.
Di tentar questa impresa altri si vanti,
S'altri v' pur che a tal fiducia arriva.
All'opra io, che compirla in van procaccio,
Inegual mi confesso, esulto e taccio.
Ma credo io ben, che di letizia piena
Cos non fosse e s ridente in viso
La gente ebrea, su la sicura arena
Quando giunse, varcato il mar diviso;
N allor che da' macigni in larga vena
L'opportuno sgorgar fonte improvviso,
Dell'assetato a pro popolo afflitto,
La verga fe' del condottier d'Egitto.
Oh come l'amor suo fe' manifesto
Quel Dio che parve a noi cos severo!
Quante felicit dobbiamo a questo
Turbine minaccioso e passeggiero!
Oh Fonte di bont! sempre funesto
Sembra il tuo sdegno, e poche volte  vero;
Che innocenti vuoi l'alme e non oppresse,
E grazie son le tue minacce istesse.
Te felice, o gran donna, a cui fu dato
D'ogni nebbia mortal libero e scemo
Offrire il cor nel tuo dubbioso stato
Pien di fiducia al Regnator supremo,
E a noi mostrar con quai compagni a lato
Appressarsi convenga al varco estremo,
E con qual di fermezza egual tenore
Ben si vive da' giusti e ben si muore.
Felice te, che del pi caro pegno
Tutto vedesti il cor nel tuo periglio,
E ravvisar potesti oltre ogni segno
Nell'intrepido eroe tenero figlio,
Che tuo dolce conforto e tuo sostegno
Con l'opra, con la voce e col consiglio
Tanto mostrossi, e in tante angustie e tante
Amoroso, fedel, grato e costante.
Che lui vedesti, a te vegliando appresao
Delle notti e dei d l'intero corso,
Tenere a forza il suo dolore oppresso
Per non fraudar momenti al tuo soccorso;
E tanto a ogni altro esempio esser l'eccesso
Della sua tenerezza oltre trascorso,
Che apparve ben che avventurar saprebbe
Per chi vita gli diede il don che n'ebbe.
Oh degno figlio, oh di s nobil pianta
Ornamento e decoro, eccelso Augusto!
Il premio ah renda a tanto amore, a tanta
Virt dovuto il Ciel benigno e giusto.
Vinca la gloria tua quella che vanta,
Ma ognor divisa, il secolo vetusto;
Onde ammiri, rispetti ed ami unito
Tutto il mondo in te sol Cesare e Tito.
Felici noi, se l'anime commosse
Dal salubre timor non furo in vano;
Se non tornano al sonno, onde le scosse
La pietosa di Dio paterna mano
Che mostronne il flagello e non percosse;
Ma ne insegn che in questo esilio umano
E l'opra perde ed i sudori sui
Chi cerca pace e non la cerca in lui.
Oh noi felici, or che ogni cor ti mostra
Senza ritegno alcun limpidi e puri
Ne' nostri affanni e nella gioia nostra
D'indubitato amor segni sicuri;
D'amor che non ardia di s far mostra,
Chiuso del cor ne' nascondigli oscuri,
Che nelle angustie sue maggior si rese,
Ed os farsi noto a chi l'accese.
S, t' noto, o gran donna. Ah questa volta
Hai nuda pur la verit veduta,
Non, come suol, fra le menzogne avvolta
O, se pura talor, timida e muta.
So ben che agli altri, onde part, rivolta,
Il commercio mortale oggi rifiuta;
Ma solo al comparir de' rischi tuoi
Torn di nuovo ad albergar con noi.
Una lagrima sol no non apparse
Su ciglio alcuno a inumidir la gota;
Nell'affanno comun labbro non sparse
Per la salvezza tua prece devota;
Fra i gran timori e le speranze scarse
Sospiro non s'ud, non voce ignota
Che di verace f, che di perfetto,
Che di candido amor non fosse effetto.
Perch i tuoi non poss'io, come or vorrei,
Merti esaltar quanto gli esalta il mondo?
Perch, Augusta, si nega a' versi miei
Un s degno soggetto e s fecondo?
Ben di quei pregi, onde ricolma sei,
La maggior parte ubbidiente ascondo;
Ma se talor trascorre il labbro audace,
Quel ch'ei dice, ah condona a quel ch'ei tace.
E se degg'io, bench il desio lo sproni,
Tener del zelo mio gl'impeti a freno,
Tu da quel labbro, a cui silenzio imponi,
Suppliche, se non lodi, ascolta almeno;
Suppliche concepite ovunque suoni
Sol di Teresa il nome, in ogni seno,
E che a compir l'universal contento
Di tutto il mondo a nome io ti presento.
S, nostra Luce, a scintillare ormai
Deh ricomincia, e a rischiararne i giorni.
Agli occhi altrui gi ti celasti assai;
Ah l'eclissi finisca, il d ritorni.
Come solea, de' tuoi benigni rai
Il ciel, la terra allo splendor s'adorni;
Nol chiuda pi quell'atra nube e mesta
Che te circonda, e tutti noi funesta.
No, quell'inciampo esser non de perenne
Che ai pubblici si oppon vivi desiri.
Vincere il duol che te fin or ritenne
 dover, non merc, se il giusto miri.
A prezzo il nostro amor tuoi giorni ottenne
Di gemiti, di pianti e di sospiri;
A noi Dio t'ha donata; e a te non lece
Di nasconderne il don ch'egli a noi fece.
Qual le suppliche nostre abbian potuto
Grazia incontrar nelle beate sedi,
Come premia d'un cor l'umil tributo
L'amante eterno Padre, in noi tu vedi.
Ah ci che per giustizia  a noi dovuto,
Come madre amorosa almen concedi;
E quel che a' voti altrui don tua vita,
In questo ancor, come nel resto, imita.
...
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...
LA DELIZIOSA IMPERIAL RESIDENZA DI SCHNBRUNN.
...
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...
Come, Euterpe, al tuo fedele
Come mai la cetra usata,
Polverosa, abbandonata,
Or di nuovo ardisci offrir?
Ch'io la tratti ah speri in vano:
Pronta or pi non  la mano
A rispondere al desir.
Tempo fu che l'aure intorno
Risonar facesti ardita,
Non dal nume mal gradita
Che ti accolse e ti nutr:
Or a lui sarebbe ingrato
Rauco suon che, mal temprato,
Pi non  qual era un d.
Di Belfonte il gran recinto
Tu da me vuoi che s'onori
Che d'eccelsi abitatori
Scopre il genio ed il poter:
Io cantarlo! Ah no, perdono:
I miei pari atti non sono
Tanto peso a sostener.
Se in mirar mi trema il core
Sol qual sia l'esterno aspetto,
Quanto d'aria il regio tetto,
Quanto ingombri di terren:
Se innoltrarsi osasse il piede
Nell'interna augusta sede,
Che farebbe il core in sen?
L la mente creatrice
Tutto il grande e tutto il bello
Della squadra e del pennello
Ingegnosa radun.
L'arricch regia larghezza:
Ma il saper della ricchezza
Ogni vanto super.
I ricetti luminosi
Passa quindi e di', se puoi,
Quanto s'offra agli occhi tuoi
Di delizia e di stupor.
Di', se a prova in altra parte,
Come qui, natura ed arte
Quanto pu mostrasse ancor.
Vasto pian, terren sublime,
Chiare fonti e selve amene,
Vie distinte in varie scene
Ben pu quindi ognun scoprir:
Ma non gi facondia alcuna
Le bellezze ad una ad una
Ne sapr giammai ridir.
Ti far stupida e muta
L'immortal mole eminente,
Ch'alto in faccia al sol cadente
Regio cenno sollev:
Non formar voci saprai,
Ma in te stessa ammirerai
Chi tant'opra immagin.
L, marmorea emula loggia
In altezza ai gioghi alpini,
Donde agli ungari confini
Giunge il guardo ammirator,
Fa corona all'ampia fronte
Del frondoso aprico monte,
Degno ben di tanto onor.
Corron l di balza in balza
Da recondite sorgenti
Acque limpide e ridenti
Vasto pelago a formar,
Dal poter d'arte sagace
Tutto il pian che a lor soggiace
Destinate a rallegrar.
Scossa poi dal tuo stupore
Se di l volgi le ciglia,
D'una in altra meraviglia
Porterai dubbiosa il pi:
N saprai se questa o quella
Di pi rara o di pi bella
Debba il vanto aver da te;
Se le chiare aperte vie
D'ordinate annose piante,
Dove stanca il passo errante
Il sorpreso passaggier:
Dove l'occhio adombra, e in vano
Cerca il termine lontano
Su le tracce del pensier;
O se l'altre opache e brune,
Dove ogni arbore sublime
Curva docile le cime
E fa scudo ai rai del sol:
Ove scherzan delle fronde,
Quando l'aura le confonde,
L'ombre tremule nel suol;
Se i festivi laberinti
Del Meandro imitatori,
Dove il pi va in lieti errori
Libert cercando in van:
Spesso riede ov'era, e spesso
Par che giunga al varco appresso
Quando pi ne va lontan;
Se in recessi angusti e soli,
Cui la selva asconde e a cui
Poco esposto al guardo altrui
Guida il comodo sentier:
Ove han grato asilo ombroso
La stanchezza col riposo,
L'innocenza col piacer.
Qual sar la tua dubbiezza
Nel veder che in faccia al verno
Qui ha Pomona autunno eterno,
Ha qui Flora eterno april:
Che qui mostra industre cura
Quanto sa produr natura
Di pi caro e pi gentil!
Qui non sol de' nostri lidi
Vedrai pesci, augelli e fiere
Fender l'acque, errare a schiere
Nel bel carcere real;
Ma pi d'un calcare il suolo,
Girne a nuoto, alzarsi a volo
Che straniero ebbe il natal.
Qui da ignoti augei canori,
Ch'altro ciel nutrir solea,
Impar l'Eco europea
Nuovi carmi a replicar:
Pesci qui di strane sponde
Le lor vennero in quest'onde
Auree squamme ad ostentar.
Varie fiere, e in varie guise
Tutte armate, o pinte il tergo,
Tributarie a quest'albergo
L'Asia e l'Africa mand:
Ch de' pregi, ond' fecondo
E l'antico e il nuovo mondo,
Queste piagge a gara orn.
Fin dall'arsa Taprobana
Questa or gode aura felice
La gran belva adoratrice
Della dea del primo ciel:
E di Sirio il raggio ammira
Che, il furor temprando e l'ira,
Tanto meno  qui crudel.
Bella Euterpe, ah speri in vano
Che sian scorte ai miei pensieri
Quei portenti o finti o veri
Che la Grecia celebr:
Niun di quelli, o Musa amica,
Ch'esalt la fama antica
Dirsi a questo egual non pu.
Non d'Alcinoo i bei soggiorni,
Gran soggetto a illustri penne,
Dove naufrago pervenne
L'itacense pellegrin:
Non di lei l'opre ammirate
Che dell'Asia in su l'Eufrate
Seppe reggere il destin.
Delle esperidi sorelle
Non le piante onuste d'oro
Che guard sul lido moro
L'incantato difensor:
Non qual altro i pregi agguaglia
Delle Tempe di Tessaglia
Dove Apollo err pastor.
No: mancava in altre sponde
Quella dea che regna in queste,
E le adorna e le riveste
Di splendore e maest:
Quella dea ch'ogni alma incanta,
Quella dea di cui si vanta
A ragion la nostra et.
Ma tu ridi ai dubbi miei?
So perch: stupisci, o Musa,
Ch'io mi scusi, e nella scusa
Gi m'affretti ad ubbidir.
Ah quell'impeto impensato
Che apre il labbro al canto usato,
 costume, e non ardir.
Di quell'astro  solit'opra
Che qui fausto  sempre a noi,
Che i benigni influssi suoi
Mai non seppe a noi negar:
Che valore all'alma inspira,
Che la muta annosa lira
Fa di nuovo risonar.
...
.
...
STROFE PER MUSICA.
...
.
...
Scioglier le mie catene,
Gi le sento rallentar:
Non si dura, bella Irene,
Sempre solo a sospirar.
.
Se lontan, ben mio, tu sei,
Sono eterni i d per me:
Son momenti i giorni miei,
Idol mio, vicino a te.
.
Saria pi fida Irene
Se, quante volte inganna,
Scemasse di belt.
Ma che sperar conviene
Se, quanto  pi tiranna,
Pi bella ognor si fa?
.
Perch mai, ben mio, perch,
Quando son vicino a te
Palpitando il cor mi va?
.
 pur soave amore!
Chi nol vorrebbe in sen?
 pur felice un core
Sicuro del suo ben!
.
E non vuoi lasciarmi in pace?
Che pretendi, Amor, da me?
Or di Bacco son seguace;
Non ho pi che far con te.
.
Deh! con me non vi sdegnate,
Care luci del mio ben;
Vostra colpa, o luci amate,
 la fiamma del mio sen.
.
Ti sento, sospiri,
Ti lagni d'Amore;
Ma soffri, mio core,
Ma impara a tacer;
Ch cento martri
Compensa un piacer.
.
Che cangi tempre
Mai pi non spero
Quel cor macchiato
D'infedelt.
Io dir sempre
Nel mio pensiero:
'Chi m'ha ingannato
M'inganner.'
.
Mi giuri che m'ami,
Mi chiami tuo bene,
E puoi, cruda Irene,
Vedermi languir!
Ma, ingrata, se brami
Ch'io viva in catene,
Piet di mie pene
Comincia a sentir.
.
Sei troppo scaltra,
Sei troppo bella:
No, pastorella,
Non fai per me.
.
Amare un'infedel,
Vedersi abbandonar,
 pena s crudel
Che non si pu spiegar.
.
So che vanti un core ingrato:
Pi non spero innamorarti,
N ti posso abbandonar.
Questo, o Nice,  il nostro fato:
Io son nato per amarti,
Tu per farmi sospirar.
.
Ced la mia costanza,
Irene, al tuo rigor.
 morta la speranza,
E seco  morto amor.
.
Ah che il destino,
Mio bel tesoro,
Altro che pene
Non ha per me!
A te vicino
D'amor mi moro:
Non ho mai bene
Lontan da te.
.
In amor chi mai fin ora,
Chi prov destin pi fiero,
Pi tiranna crudelt?
La belt che m'innamora
Mi disprezza prigioniero,
N mi soffre in libert.
.
Nel mirarvi, o boschi amici,
Sento il cor languirmi in sen.
Mi rammento i d felici,
Mi ricordo del mio ben.
.
Al bosco, cacciatori,
Gi il sol dall'onde usc.
Ritorneremo a Clori
Sul tramontar del d.
.
Ti lascio, Irene, addio;
Non ti scordar di me:
Conserva in te, ben mio,
Chi sai che vive in te.
.
S'io t'amo, oh Dio, mi chiedi,
Nice, mio dolce amor!
Per te morir mi vedi,
E mel dimandi ancor?
.
Fra le belle Irene  quella
Che in bellezza egual non ha.
Ma che val che sia s bella,
Se non sa che sia piet?
.
Sei tradito, e pur, mio core,
Nel tuo caso, ancor che fiero,
Non sei degno di piet.
Non di Nice,  tuo l'errore,
Che da un sesso menzognero
Pretendesti fedelt.
.
Belle ninfe,  nato aprile,
Non  tempo di rigor.
Gi ripiglia il suo fucile,
La sua face accende Amor.
.
Tu sei gelosa,  vero;
Ma ti conosco, Irene:
 gelosia d'impero,
Non gelosia d'amor.
Non ami il prigioniero,
Ami le sue catene;
Spiace al tuo genio altero
Che a te s'involi un cor.
.
Voi sole, o luci belle,
Amor per me form:
Voi sempre, amate stelle,
Voi sole adorer.
.
Bench offeso, ingrata Nice,
Non ti voglio abbandonar:
Tu mi scacci, e Amor mi dice
Ch'io non lasci di sperar.
.
Se tu mi sprezzi, Nice, s'io t'amo,
Rei diventiamo d'eguale error.
N Tirsi  degno di tanto sdegno,
N degna  Nice di tanto amor.
.
Sempre sar costante
Sempre t'adorer.
Bench spietata,
Mio ben ti chiamer;
E sfortunato ancor, ma fido amante,
Sempre sar costante,
Sempre t'adorer.
.
Perch, se mia tu sei,
Perch, se tuo son io,
Perch temer, ben mio,
Ch'io manchi mai di f?
Per chi cangiar potrei,
Per chi cangiar desio,
Mio ben, se tuo son io,
Se il cor pi mio non ?
.
Perch, vezzosi rai,
Tanto rigor perch?
Non troverete mai
Chi v'ami al par di me.
.
Non mi sprezzar, Licori,
Non mi sprezzar cos:
Forse de' tuoi rigori
Dovrai pentirti un d.
.
A chi v'ama, o pastorelle,
Voi rendete crudelt!
Ma qual pregio  l'esser belle,
Se negletta  la belt?
.
Quel cor che mi prometti
Se tutto mio non ,
Donalo ad altri affetti,
Non lo serbar per me.
Va dove Amor ti guida,
Ch l'alma mia fedel,
Pria che trovarti infida,
Ti soffrir crudel.
...
.
...
MADRIGALE.
...
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...
Della dea del Tamigi
So che a formarti degno,
Candido avorio, ho travagliato in vano:
Ma va. Potrai, qual sei,
Rendere accetto a lei
Dell'artefice il cor, se non la mano.
...
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...
VERSETTI.
...
.
...
Queste poche immaginette
Sono,  vero, opre imperfette
D'un artista dozzinale;
Ma per me gran pregio avranno
Se impedirvi almen sapranno
D'obliar l'originale.
...
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...
LA SCOMMESSA.
...
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...
Io perdei: l'augusta figlia
A pagar mi ha condannato:
Ma s' ver che a voi somiglia,
Tutto il mondo ha guadagnato.
...
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...
STROFETTE 1772.
...
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...
Queste tele a te gradite
Giungeran, certa io ne sono,
Sol perch fur colorite
Dalla man che l'offre in dono.
Ma so ben, germano amato,
Che a produrre opere illustri
Il sudor non  bastato,
Che impiegai pi di tre lustri.
Pur merc grande abbastanza,
E ben cara a chi l'invia,
Questo don, qualunque ei sia,
Di ottener si vanter,
Se a nutrir sono efficaci
La fraterna ricordanza
Questi pegni non fallaci
D'una tenera amist.
...
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...
STROFETTE 1773.
...
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...
Chi mi narra il raro merto
D'una ninfa senza pari,
S'affatica a farmi certo
Che i miei figli a lei son cari.
Tal favor, sorte s bella
Non  fausta alla mia pace;
Perch sento a tal novella
Che d'invidia io son capace.
Che a' miei figli un tanto onore
Fosse tolto io non vorrei;
Ma evitar vorrei l'errore
D'invidiarlo a' figli miei.
...
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...
L'ARMONICA.
...
.
...
Ah perch col canto mio
Dolce all'alme ordir catena,
Perch mai non posso anch'io,
Filomena, al par di te?
S'oggi all'aure un labbro spande
Rozzi accenti,  troppo audace;
Ma se tace in d s grande,
Men colpevole non .
Ardir, germana: a' tuoi sonori adatta
Volubili cristalli
L'esperta mano: e ne risveglia il raro
Concento seduttor. Col canto anch'io
Tenter d'imitarne
L'amoroso tenor. D'applausi e voti
Or che la Parma e l'Istro
D'Amalia e di Fernando
Agli augusti imenei tutto risuona,
Chi potrebbe tacer? N te del nuovo
Armonico stromento
Renda dubbiosa il lento,
Il tenue, il flebil suono. Abbiasi Marte
I suoi d'ire ministri
Strepitosi oricalchi: una soave
Melodia, non di sdegni,
Ma di teneri affetti eccitatrice,
Pi conviene ad Amor: meglio accompagna
Quel che dall'alma bella
Si trasfonde sul volto
Alla sposa real, placido lume,
Il benigno costume,
La dolce maest. Bench sommesso,
Lo stil de' nostri accenti
A lei grato sar, ch l'umil suono
Non  colpa o difetto;
E sempre in suono umil parla il rispetto.
Alla stagion de' fiori
E de' novelli amori
 grato il molle fiato
D'un zefiro leggier.
O gema tra le fronde,
O lento increspi l'onde,
Zefiro in ogni lato
Compagno  del piacer.
...
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...
LA CACCIATRICE.
...
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...
Solitudini amene,
Bei colli, opache valli, ombre segrete,
Voi del mio cor sarete
Sempre la dolce cura. A suo talento
Chi vuol pianga e sospiri,
D'amor chi vuole a suo piacer deliri.
Ad amor non do ricetto:
Son le selve il mio diletto:
Son felice cacciatrice:
Passo i giorni in libert.
Pi contento il cor mi sento
D'una fiera prigioniera,
Che d'un popolo d'amanti
Che mi vanti fedelt.
Come de' fior l'aprile,
S'adorna il cor gentile
D'un innocente amor.
Amando un'alma bella
D'amor la fiamma in quella
Fiamma si fa d'onor.
...
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...
IRENE.
...
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...
Io lagnarmi di te? No, bella Irene,
Tanto ingiusto io non son. Del mio tormento
Lo so, rea tu non sei:
E se ardissi affermarlo, io mentirei.
Mille volte (il rammento)
Oh memoria crudel! tu mi dicesti:
'Filen, cangia desio;
Amarti non poss'io,
N ti voglio ingannar.' Ma che mi giova
La tua sincerit se questo appunto
Adorabil candore,
Mentre vuol ch'io non ami, inspira amore?
So che sperare amante,
Mio ben, non ti dovrei;
Ma questo cor costante
Dice che sol tu sei
Quella ch'ei deve amar.
Ah! se soffrir nol vuoi;
Se rei gli affetti sono,
Eccomi a' piedi tuoi:
Ottenga almen perdono
Chi amor non pu sperar.
A non amar tu mi consigli, ed io
Non ti chiamo crudele; anzi confesso
Che gran pietade  il non voler ch'io peni
Sperando in vano: ah la giustizia istessa
Usa, idol mio, con me! Se il tuo consiglio
Non mi vedi eseguir, dimmi infelice,
Non importuno. Il regolar gli affetti
Non dipende da noi. Chiara una pruova
Ne vedi, Irene, in te. Se affermi e giuri
Che amar tu non mi puoi, come pretendi
Ch'io possa non amar? Vaglia ad entrambi
La scusa istessa.  involontario, oh Dio!
Come il gel del tuo cor, l'ardor del mio.
Vede il nocchier la sponda,
Conosce il mare infido,
E s'abbandona all'onda,
E non ritorna al lido,
E corre a naufragar.
Ah! per mia pena anch'io
So che nimico ho il fato,
Veggo che l'idol mio
Chiamar non posso ingrato,
N so di chi lagnarmi,
Ma sieguo a sospirar.
...
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...
RINGRAZIAMENTO A SUA MAESTA' CESAREA.
...
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...
Seguitando il costume,
Signor, due cose a terminar vi sono:
Rendervi grazie e dimandar perdono;
Ma i miei compagni ed io,
Con disegno pi scaltro,
Pensiamo di non far n l'un n l'altro.
Grazie non vi rendiamo;
Ch se far lo vogliamo
A proporzion della clemenza vostra,
Mai non si finirebbe;
E poi dubbio sarebbe
Se quel che pi vi tedia
Fosse il ringraziamento o la commedia.
Non domandiam perdono,
Perch il debito nostro abbiam compito,
N si perdona a chi non ha fallito:
Ch se il proverbio  vero,
Che debba far ciascuno il suo mestiero,
Il nostro, gi si sa,
 quello di annoiar Sua Maest.
N facciamo altra cosa,
Cantando in versi, o recitando in prosa.
...
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...
LA VIRTUOSA EMULAZION.
...
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...
Deh non vi offenda, o genitori augusti,
L'ardir che mi consiglia.
Debito in una figlia
 il desio di piacervi: ed  virtute
Imitar chi l'ottenne. Alle bell'opre
Sprone  l'emulo istinto. Ove si miri,
Ove volgansi i passi,
Tutto gareggia, anche le piante e i sassi.
Fra i sassi e fra le piante
Eco talor s'asconde:
E al pastorel risponde
Mentre cantando ei va.
Se la mia voce ancora
Non spiega un vol felice,
Modesta imitatrice
Dell'altre almen sar.
...
.
...
COMPLIMENTI.
...
.
...
Di quanto a s gran giorno
Son debitore, augusto padre, intendo:
Ma non so dirlo. Ah voglia il Ciel che in breve
Lo dican l'opre: e che ritrovi il mondo
In quel che far desio
Il suo ben, la tua gloria e il dover mio.
Su la mia fronte intanto
Fissa il paterno ciglio,
E leggi il cor d'un figlio
Che non si sa spiegar;
Ma che per ora ha il vanto
Di rispettarti almeno:
Ma che comprende appieno
Quanto ti deve amar.
...
.
...
Oh felice arboscello,
Che florido e frondoso
Spieghi a' zefiri amici i verdi rami!
Tu, mentre alletti e chiami
Le ninfe all'ombre tue, mentre innamori
L'aure di tua belt, grato al fecondo
Terreno produttor l'esalti e lodi.
Oh fiumicel felice,
Che limpido scorrendo
Concedi altrui di numerar le arene!
Per le campagne amene
Tu, mentre intatto e chiaro
Mormorando serpeggi, e vai destando
Su i margini odorosi erbette e fiori,
Oh come ben la tua sorgente onori!
Ah l'arboscello ornato
Del verde suo natio,
Ah quel ruscel foss'io
Di cristallino umor!
Oggi ne' pregi miei
Di lode io renderei
L'omaggio a te pi grato,
Amato genitor.
...
.
...
Padre augusto, offrirti anch'io
Oggi bramo omaggi e voti;
Ma inesperto  il labbro mio
N del cor seconda i moti.
Ah se un bacio  a me permesso
Su la man del genitore,
In quel bacio appieno espresso
Far intendersi il mio core.
...
.
...
Atto a spiegarmi a pena,
Se sciolgo i labbri al canto
 tuo, non  mio vanto,
Augusto genitor.
Solo il paterno aspetto
Rende quest'alma ardita,
Ed a tentar m'invita
Quel ch'io non posso ancor.
...
.
...
Di queste piagge amene
Da' fidi abitatori e dalle fide
Suddite abitatrici,
Che rende oggi felici
La tua felicit, bella regina
A dominar su i nostri cori eletta,
I tributi gradisci, i voti accetta.
Sempre, da noi partendo,
Sempre, tornando a noi,
Di gioia i giorni tuoi
Gareggino fra lor.
Ma di quel d che torna
Sia l'alba ognor pi chiara:
E in cos bella gara
Rimanga vincitor.
...
.
...
No: d'accogliervi in questo
Albergo umle, eccelsa coppia augusta,
Arrossirmi non so. Qualunque albergo,
Con voi, degno  di voi. Tutto risente
La maest che v'accompagna. E quando
D'accogliervi l'onore
Un vil tugurio ottiene,
Un tugurio il pi vil reggia diviene.
Offrirvi io non potrei
In pi fastosa sede
N pi sincera fede,
N pi divoto cor.
 questa f sincera
La gloria mia primiera;
 questo cor divoto
Il fasto mio maggior.
...
.
...
SCHERZO ESTEMPORANEO.
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Regina superba
De' fiori  la rosa,
Regina d'ogn'erba
L'ortica spinosa
Diviene oggid;
Ch il bel pi di Venere
Se quella piag,
Il bel cul di Fillide
Or questa fer.
Cantando ognun dica:
'Evviva l'ortica
E 'l cul che tocc.'
Fu bianco qual giglio
Quel fior; ma si crede
Che il rese vermiglio
Col sangue del piede
La madre d'Amor.
Cos per memoria
Quest'erba immortal
Del cul ch'ebbe a tangere
Ritiene l'odor.
Dell'arabe rive
Le piante native
Non danno l'ugual.
Col dolce suo canto
Destando ne' cuori
Un nobile incanto,
Fra ninfe e pastori
Sedea Fille un d.
Poi tacque e a nascondere
Nel bosco s'and,
Le gonne dal margine
Sul fianco riun,
E quel che si mangia
In ci che si cangia
A luce torn.
La ninfa gentile
Due scogli ha di neve,
Che come  suo stile
Da macchia ancor lieve
Suol netti serbar.
Ricerca, ma inutile,
Con che si forbir,
N vuol cos sordida
Frattanto restar.
Ond'ella raccoglie
A ci varie foglie
Per farle servir.
La rosa vermiglia,
Il bel gelsomino,
La vaga giunchiglia
Del nobil destino
Gelosi ne fur.
D'invidia il cocomero
Diviene maggior,
La rapa ed il ravano
S'accrebbero pur.
La fava ed il gionco,
Il palo e ogni tronco
Bram quell'onor.
Ma Fille fra tante
Di fiori e di foglie
Degnissime piante
Incauta raccoglie
L'ortica crudel.
E dove stropiccia
S'accende un ardor,
Per cui se n'arriccia
Il prossimo pel,
E grida: 'Un cotale
Prurito mortale
Non diedesi ancor.'
Ai noti clamori
Lasciar la capanna
Le ninfe e i pastori,
E ognuno s'affanna
A chieder che fu.
Il caso non solito
La bella narr,
Il culo ad un albero
Strisciando su e gi .
Quel fatto curioso,
Quell'atto grazioso
Quai risa dest!
Allora un bifolco
Propose alla bella
Che debba in un solco
D'erbetta novella
La parte fregar.
Qual vista piacevole
Vederla infuriata,
Sospesa su i gomiti
Il culo a girar!
'Oh erbette felici!'
A Fille gli amici
Gridavano allor.
E Tirsi suo nume,
Su l'Istro adorato,
Dal dolce costume
Di Fille allettato,
S mesto ne fu,
Poich refrigerio
La bella trov,
Esclama con giubilo:
'Pastori, via su,
Cantando ognun dica:
"Evviva l'ortica
E 'l cul che tocc!"
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FINE.